Xiu Xiu – 13″ Frank Beltrame Italian Stiletto with Bison Horn Grips
Recensione del disco “13” Frank Beltrame Italian Stiletto with Bison Horn Grips” (Polyvinyl, 2024) degli Xiu Xiu. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Xiu Xiu è una certezza, mica un marchio. Certezza che a un disco come “Ignore Grief” ne seguirà subito un altro, anzitutto. Non ci mettono nemmeno un anno a dargli un seguito e a battezzarlo col titolo più difficile da ricordare possibile: “13″ Frank Beltrame Italian Stiletto with Bison Horn Grips”.
Se non bastasse una difficoltà mnemonica, Jamie Stewart e Angela Seo sentono il bisogno di allontanarsi dalla propria estetica, che poi non è cosa semplice, se pensate che è fattore permeante di una band in giro da più di vent’anni che proprio su quel lato ha battuto la lingua su un dente che, oggi più che mai duole. Tutti dimenticabili, tranne coloro che ci mettono quel tocco di folle intransigenza che è necessità per imprimersi.
Differenziarsi da sé stessi più che dal resto, e se non sta bene, chi si è visto si è visto. Il suono del suo predecessore era oppressione, digerirlo complicato, entrarci dentro un’impresa non da poco. Cambiare, quindi. Cambiare aria, da Los Angeles a Berlino. Due tipi di decadenza agli antipodi, città cristallizzate nel tempo e sempre impermanenti. “What will you do if and when I am someone else” chiede Stewart in Common Loon, “un abbraccio boogie per tutti i pervertiti queer di tutto il multiverso”, è sempre Jamie a parlare, questa volta descrivendo un brano che diverso lo è per davvero. Allora il cambiamento c’è, funziona. C’è del boogie? Forse in una di quelle realtà altre in cui vivono quei magnifici pervertiti queer, una sbronza psichedelica a batteria dura, bassi e chitarre completamente scannati, gioioso malanno obliquo. E se portarsi dietro qualcosa di LA è necessario, allora va atomizzato attraverso una lente “eurocentrica”, Maestro One Chord è ordalia trip-hop, in cui la materia 4/4 rapinata dal rappismo tutto della West Coast fa il paio con un demone assetato di distorsioni teutoniche, InterRail dell’anima che si fa corpo granulare fino a Bristol e ritorno. Folies Seventies si dibattono quando sale Veneficium, quattro corde a progressione cosmica tra organi elettrici che, a toccarli, si resta folgorati, what if…NIN meets Neu!, ma meglio, orecchiabile come una palla da demolizione coperta di glitter.
“Auf wiedersen, Eraser, be damned”, tutto sembra andare a pezzi, ma sulla pista da ballo, Pale Flower è Berlino ’80 a pieno regime, “piano”-”forte” a inseguimento, cassa pompata, suono aggressivo e notti gelide, dark-disco-wave delirante calibratissima. T.D.F.T.W. è dura come una lastra d’acciaio percossa a ritmo latino se “ritmo latino” volesse dire “punk” e “percossa” presa a testate, virulenza in totale annientamento, sanguigno, strabordante, eccessivo. Granitico. E se il massimalismo è parola sacra, Bobby Bland è processione minimal, decostruzione e sottrazione, “Nuovi palazzi che crollano” e, facendolo, provocano il silenzio, totale e ottenebrante. Tutti questi suoni impazziti che, concatenati, funzionano, sotto l’egida mixante di John Congleton istruito dalla band, se si fosse trovato in dubbio o sull’orlo della follia, beh, che scegliesse l’iconoclastia. Missione (quasi impossibile) compiuta.
Se cambiare non è sempre, sostanzialmente, evolversi, lo è per Xiu Xiu, che sguscia fuori dalla propria pelle in un atto trasformativo che, quasi certamente, non è permanente. Ma, per ora, si trova così bene in questa identità al punto da tirare fuori dal cappello il miglior disco possibile. Pure di “Ignore Grief”, che era oltre. Superamento avvenuto.
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