“The Prodigy Experience”: la rave generation alla conquista del mondo
“Experience” non è solo un grandissimo disco, ma anche la chiave che apre la porta del successo a tutti quegli artisti che bazzicano il mondo dei free party, poi diventati rave

La prima metà degli anni ‘90 è caratterizzata da un enorme fermento musicale in tutto il mondo. E’ chiaro che la scena è – come spesso accade – dominata da materiale anglo americano: il grunge, il sound della west coast e il post rock viaggiavano spediti verso il vecchio continente. Contestualmente, il post punk di provenienza mancuniana prima e il brit pop dopo tracciavano il percorso in direzione opposta. Era gente che aveva tanto da dire, una storia complessa da narrare nei minimi dettagli che pian piano ha riempito di riflessi la cultura dei popoli di mezzo mondo.
Accanto a loro, non molto lontani ma distanti anni luce in termini di sostanza e contenuti, in casolari abbandonati, in spiazzi di piena campagna o in scantinati di palazzi spesso disabitati, si assiepavano centinaia di ragazzi i cui unici scopi erano il divertimento e lo sballo. Il primo esempio di rave party in chiave moderna è datato forse 21 giugno 1991, quando un gruppo di alcune migliaia di persone si riunì a Leckford, nell’Hampshire, per festeggiare il solstizio d’estate. Erano giovani di derivazione punk, hippy, traveller, emarginati dalla cosiddetta società civile, ma non per questo con meno voglia di divertirsi. Prima di allora, tuttavia, l’underground britannico ribolliva di energia nuova, che riviveva ogniqualvolta un gruppo di persone si riuniva per ballare su basi hip hop, raggae, techno e loro derivazioni.
Durante una di queste feste, a Braintree, il giovane dj Liam Howlett – proveniente da ambienti hip hop ma tuffatosi ben presto a capofitto in quelli che all’epoca venivano chiamati free party – conosce i ballerini Keith Flint e Leory Tornhill. Finito di suonare, i due chiedono al dj di lasciare loro una cassetta con qualche sua incisione perché hanno particolarmente gradito quella musica. Lui sull’etichetta scrive Prodigy, ossia il nome del synth con il quale ha composto i pezzi.
Dopo diversi ulteriori incontri e la successiva codifica di coreografie da ballare su quelle basi, prende così corpo l’idea di formare un gruppo che unisse la composizione musicale alla danza. Idea nient’affatto rivoluzionaria se si pensa agli ambienti festaioli dell’epoca, dove però gli altri non erano ancora arrivati era l’idea di concepire tutto ciò come una vera band, in grado di produrre dischi e scalare le classifiche. Ai tre membri originari si unisce anche l’MC Maxim Reality, anch’egli di provenienza hip hop, e il 5 ottobre del 1990 quel gruppo viveva il suo primo giorno da band. Il nome non può che essere Prodigy. La reputazione dei quattro di Londra, sostenuta dalla loro incredibile dimensione live, fa sì che XL Recordings proponga loro di produrre un disco. Liam non si fa pregare e nel biennio 91/92 compone dodici tracce direttamente nello studio che si era costruito in casa. Il 28 settembre del 1992 nei negozi usciva “The Prodigy Experience”.

La suspense, una voce che intima “The horns of Jericho”, un urlo e poi il delirio più assoluto: Jericho è bassline ai limiti dell’inverosimile, sintetizzatori impazziti mischiati a dolci tocchi orientaleggianti, frasi ripetute in modo ossessivo e un finale che consiglia di tenersi in movimento. D’altronde, siamo solo all’inizio. Music Reach è una sorta di seconda introduzione, una doverosa anticamera che porta nel corridoio ampio e luminoso di Wind It Up, con il suo piano campionato, i passaggi ipnotici e quel cantato sghembo che fungono da ponte che conduce in un’altra dimensione.
Una dimensione che deve per forza passare per Your Love, che eredita dai minuti immediatamente precedenti il piano e il cantato tutto sommato melodico, un fantastico gioco di contrapposizioni con il ritmo ossessivo e il solito basso che pompa indemoniato. Il vero stargate del disco però è Hyperspeed, che ha dentro il passato dei rave, il presente della melodia mista all’articolato mix tra drum’n’bass, hardcore, techno e decine di altre inclinazioni e l’immediato futuro della band, basti pensare soltanto a Smack My Bitch Up.
Quando l’hype verso l’elettronica più sfrenata sembra prendere definitivamente possesso di teste, pance e vene degli invitati a questo spassosissimo party, tenuto in un casolare abbandonato delle albioniche campagne, ecco la virata inaspettata: Charly – che peraltro nei mesi precedenti era stato il biglietto da visita di “Experience” – è d’n’b in purezza. E’ un confine, precisamente quello tra un ottimo disco e un lavoro che riscrive la storia: rendersi conto di dove vada a parare il techno-reggae di Out of Space significa essere arrivati ormai in doppia cifra tra generi e derivazioni di rave music.
Quindi ci si ferma? Ma nemmeno per idea, tutti in pista perché il mondo deve sapere che Everybody is in the Place, un pezzo che torna su canoni elettronici classici, l’ennesimo snodo di un concetto di fondo che ha preso le sembianze di una pallina da flipper e viaggia impazzita in ogni direzione possibile. A questo punto qualcuno in modo sarcastico potrebbe far notare che mancano alcuni accostamenti: perché i Prodigy osano così poco? Ed ecco che con la mastodontica Weather Experience il buon Liam mette insieme un beat retaggio della cultura hip hop, l’ambient e il field recording, che vanno a braccetto prima di tuffarsi nel solito frullatore elettronico.
Poi il pezzone, quello che identifica una band nei secoli dei secoli: Fire sarà un must a ogni concerto dei Prodigy insieme a pilastri di epoche successive come Poison, Firestarter, Baby’s got a Temper, un olimpo che trae ispirazione dallo stato di grazia che ha attraversato a più riprese la mente di Howlett. Il disco si chiude con Death of the Prodigy Dancers, una sorta di arrivederci alla loro dimensione più consona, quella dei live all’insegna della devastazione più totale. Ma col senno di poi è anche un piccolo testamento: due anni dopo uscirà “Music for the Jilted Generation”, e la storia sarà – ancora una volta – completamente diversa.
Negli annali della musica, “Experience” non è solo un grandissimo disco, ma anche la chiave che apre la porta del successo a tutti quegli artisti che – chi più e chi meno – bazzicano il mondo dei free party, poi diventati rave. Gente di varia estrazione, dai Chemical Brothers ad Aphex Twin, passando per Moby e Faithless. Gli anni ‘90, soprattutto la prima metà, sono stati un’epoca in cui i dj erano vere e proprie rockstar, personaggi mitologici di cui a stento si riusciva a ad individuare i lineamenti, chini com’erano su mixer e piatti. Idoli di un genere che non ha mai avuto la pretesa di lanciare messaggi o (peggio) tentare di moralizzare i giovani. Il dancefloor è divertimento, nient’altro.

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