Lili Refrain – Live in London – Hammersmith Apollo
Recensione del disco “Live in London – Hammersmith Apollo” (Subsound Records, 2024) di Lili Refrain. A cura di Simona Cannì.
I live di Lili Refrain sono senza spazio-tempo. Sono sublimazione che vibra.
Sono un rito, un non-luogo dove si entra sospinti da un ipnotico desiderio di nutrimento. A febbraio ho assistito a un suo live al Tank di Bologna: ci si frantuma nell’io e ci si ricompone nella terra. Con la terra. Il palco diventa un luogo sacro, si fa tempio in cui il face painting aborigeno di Lili e i gesti solenni liberano dal giogo. L’ordinario si spezza e il battito si ricongiunge nell’assonanza. Non si tratta di ascoltare e basta. Vivi.
Con “Live in London – Hammersmith Apollo”, uscito il 5 settembre 2024, Lili Refrain ci consegna la sua cerimonia. Una polaroid sonora del suo percorso artistico più recente, un viaggio di 5 tracce che porta in scena alcuni dei brani tratti dal suo ultimo album in studio “Mana“, con l’eccezione di Terra 2.0 dall’EP “ULU“.
Questo live, registrato in una venue storica come l’Hammersmith Apollo di Londra, durante ill tour di tre mesi con gli Heilung ed Eivør, è una catarsi.
Non sintesi, ma milestone. Un tatuaggio da sfoggiare con orgoglio.
Lili Refrain si distingue da quasi 20 anni per la sua abilità nel creare universi sonori stratificati attraverso l’uso di loop, voce, chitarre e percussioni. Ogni traccia parte da un un riff o da una linea e da questo momento in poi segue due percorsi: uno in direzione orizzontale e l’altro in verticale. In orizzontale moltiplica e in verticale aggiunge. Il diametro della linea orizzontale è sempre ampio e cresce alto, come colonna d’Ercole, su ripetizioni ridondanti ad effetto geometrico tipo mandalà. Il suono è creato in tempo reale e si edifica su sé stesso: è una costruzione di tensione sonora che non si risolve mai del tutto e rimane sempre sospesa come un’eco eterna. Ogni loop che entra in sequenza è un bisturi, apre uno squarcio per fluire dall’interno e condividere lo spazio d’intimità personale con lo spazio collettivo di chi ascolta, tutto in nome di qualcosa di più grande. “Live in London – Hammersmith Apollo” è la consacrazione di questo rito liturgico.
L’album si apre con Ichor. L’icore (dal greco antico ichór) è il materiale che scorre nel sangue delle creature immortali ed è velenoso per i mortali. La sostanza è bianco latte e cola su ogni nota all’incedere deii campanelli che sembrano avvicinarsi da lontano fino a incontrare il primo battito di percussioni. Inizia la sequenza di loop e l’effetto psicotropo che ne deriva prende sempre più spazio. Lili Refrain trasla l’immagine dell’icore in suono che si stratifica: campanelli, chitarra, voce e tamburi ci invitano a partecipare al rito e non c’è spazio per l’indecisione.
È una dichiarazione di dominio sonoro, un’alba potente che squarcia la notte e prosegue alla luce del giorno nella seconda traccia: Sangoma.
Il sangoma è uno sciamano africano esperto di magia e divinazione.
La dichiarazione di intenti dell’artista prende vita nell’alternarsi dei registri profondi ed eterei della sua voce e ci accompagna dritti nel riverbero di una trance sonora che vibra da dentro fino ad aprire la traccia successiva Mami Wata. Mani Wata si erge come pilastro portante della performance. Il nome del brano fa riferimento alla divinità acquatica venerata nelle culture africane ed è un perfetto esempio di come Lili Refrain sia capace di composizioni inesorabili e ipnotiche.
I loop di riff e le percussioni accompagnano il canto in un crescendo sempre più ridondante e ondulatorio. Lili narra storie di mondi lontani e archetipici, di forze primordiali che sfuggono al controllo umano ma che al tempo stesso definiscono l’essenza stessa della nostra esistenza.
La penultima traccia è Terra 2.0, e ci avvicina all’ultimo miglio della transumanza. Se “Mana” esplora territori cosmici e spirituali, “Ulu” – da cui è tratto il brano – è profondamente radicato nella terra, nella materia, nell’incedere del passo stabile. In questo pezzo, già noto ai fan più affezionati, Lili Refrain affronta il tema della rinascita, della trasformazione ciclica della vita e della Terra. Le percussioni sono il battito primordiale che spinge avanti, la chitarra distorta e la sua voce sono il grido della materia in continua mutazione. È una traccia che si espande in tutte le direzioni, ci trasporta in uno spazio sonoro vasto e profondo, dove il tempo si dilata e si contrae in continuazione. L’incedere dei loop ossessivi e delle grida è una continua scossa tellurica, una pulsazione della terra che giunge a compimento in Earthling.
L’ultima traccia è una composizione minimale. La voce eterea e i cori in loop ci raccontano la nostra fragilità, l’appartenenza al mondo e la ricerca incessante di connessione con l’universo. I sussurri e le chitarre alimentano il pathos della melodia e la solennità del rito. Si chiude il cerchio in un applauso sentito. È il ritorno alla terra, alla radice, la risoluzione dell’ipnosi collettiva vissuta durante l’ascolto. Adesso se volgi lo sguardo al mondo non può più essere lo stesso di quando hai iniziato ad ascoltare “Live in London – Hammersmith Apollo”.
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