We Are Winter’s Blue and Radiant Children – “No More Apocalypse Father”
Recensione del disco “No More Apocalypse Father” (Constellation Records, 2024) dei WE ARE WINTER’S BLUE AND RADIANT CHILDREN. A cura di Lorenzo Luzi.
È tra virgolette il titolo di questo primo album dei WE ARE WINTER’S BLUE AND RADIANT CHILDREN, come se fosse una frase pronunciata, forse urlata, se consideriamo la valenza del maiuscolo nel cyberspazio contemporaneo. Non vogliamo altra apocalisse, così è già abbastanza, Padre per favore, mandaci qualcosa di nuovo. È forse questo l’appello che Efrim Manuel Menuck (Godspeed You! Black Emperor; Thee Silver Mt. Zion) e Matt Ball (BIG|BRAVE) volevano fare a Dio, o agli uomini, in un periodo storico in cui imperversano guerre, genocidi e crisi climatiche, soprattutto considerando anche il titolo del nuovo album Godspeed You! Black Emperor, in uscita il 4 Ottobre 2024, “NO TITLE AS OF 13 FEBRUARY 2024 28,340 DEAD”, facente riferimento al genocidio dei Palestinesi a Gaza ancora in corso. Lo stesso Menuck ha definito proprio il tema di quest’album dei WAWBARC come “l’osservazione della desolazione da un luogo sicuro”, un’esperienza molto comune per l’uomo del 21° secolo che, tramite social media, consuma qualsiasi tipo di contenuto e osserva ogni disgrazia nel minimo dei particolari dal massimo del suo comfort domestico.
Per la registrazione del disco, avvenuta all’Hotel2Tango di Montréal, il supergruppo è passato da un duo ad un quartetto grazie all’aggiunta di Jonathan Downs e Patch One (entrambi degli Ada), con cui Menuck aveva già collaborato, così da raffinare le idee iniziali del progetto in quello che è, in fin dei conti, un team-up di veterani della scena Noise/Post-Rock Canadese. “NO MORE APOCALYPSE FATHER” viene presentato come un “insieme di ninne-nanne modali”, in cui i nostri scrivono su un canovaccio prefissato ma senza una struttura stringente che possa limitare il fluire delle emozioni. Le 6 tracce dell’album, per un totale di 44 minuti e 33 secondi, provengono tutte da un singolo impulso sintetico, che evolve progressivamente con l’andamento del disco, e dal quale sono state poi delimitate e denominate le composizioni. Non è raro infatti riconoscere il ritmo del tappeto sonoro precedente nella canzone successiva, nonostante ne sia comunque sonicamente molto distante.
Le sonorità chitarristiche, grazie all’apporto di Matt Ball, sono molto virate sul noise, con distorsioni lancinanti e granulose che possono ricordare anche uno dei lavori più divisivi dei GY!BE, “Asunder, Sweet and Other Distress”, in cui ogni sorta di melodia veniva quasi cancellata. Qui invece, i WAWBARC riescono a mantenere un bellissimo equilibrio tra melodia e caos sonoro, e quest’ultimo riesce perfino ad amplificare il fluire delle emozioni verso l’ascoltatore. La voce sussurrata e spesso spezzata di Efrim Manuel Menuck si fa strada in questi paesaggi sonori ostili come un sopravvissuto che cerca di trovare riparo da tutta questa luce accecante. Una luce bianca che attraversa tutto il disco, a partire dalla sua bellissima copertina, che può sia illuminare che bruciare esattamente come il fosforo bianco evocato nelle ultime due tracce.
La mancanza di struttura nelle canzoni viene amplificata anche dalla mancanza di tempo, non essendoci alcun tipo di percussioni a delimitare le variazioni delle composizioni, rendendo ancora meglio l’idea di “osservazione da un luogo lontano, senza poter intervenire”. Il tempo è dilatato, siamo in balia degli eventi e non c’è niente che possiamo fare se non farci trasportare dal flusso. Chi potrebbe compiere qualcosa di buono non può farlo, mentre chi tiene i fili non ha interesse a farlo. Inganna con l’idea di illuminare, ma brucia tutto quello che vuole.
“NO MORE APOCALYPSE FATHER” è un disco che rappresenta perfettamente l’epoca in cui è uscito, nasce con uno scopo ben preciso e riesce a trasferire tutte quelle sensazioni che i membri dei WE ARE WINTER’S BLUE AND RADIANT CHILDREN si erano predisposti di far arrivare. Peccato solamente per una caratterizzazione così precisa, che se sicuramente da un lato aiuta a dare personalità al disco, d’altro canto elimina un po’ dell’immedesimazione dell’ascoltatore, che non potrà trasferire su di esso tutto le sue emozioni e interpretazioni; e per un album dalle sonorità così fluide e ambigue, non ci si aspetterebbe una sovrastruttura così forte lì dove c’è stata volutamente una sottrazione della struttura.
There’s no good but the good we make ourselves
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