Alan Sparhawk – White Roses, My God

Recensione del disco “White Roses, My God” (Sub Pop, 2024) di Alan Sparhawk. A cura di Nicola Stufano.

Sono passati quasi due anni da quando Mimì Parker è venuta a mancare per un tumore alle ovaie, evento che ha concluso forzatamente la trentennale storia dei Low. Per Alan Sparhawk si è trattato di molto di più della fine di una band: la perdita della propria amata, il lutto più difficile da elaborare e da affrontare. Non è inopportuno partire da qui per discutere del primo vero disco solista di Alan (formalmente il secondo, ma una raccolta di improvvisazioni di chitarra del 2006 non fa testo), perché è impossibile prescindere dagli eventi umani e perché è lo stesso Alan a non farne mistero: “White Roses, My God”, perché le rose bianche erano i fiori preferiti di Mimì, che essendo al centro dell’universo di Alan, alle volte la paragonava a Dio; un’affermazione forte per un mormone praticante.

Dopo la dipartita, Sparhawk ha ripreso a suonare relativamente presto, incoraggiato dagli amici come Kurt Wagner dei Lambchop, che gli hanno chiesto di aprire alcuni concerti. Si è buttato in diversi progettini, dal punk all’elettronica passando per il funk, una parte fondamentale l’han giocata i suoi figli Cyrus (col quale suona nei Damien) e Hollis, anch’essi morsi dalla tarantola della musica. Sin da ragazzini, solevano divertirsi con gli amici nello studio casalingo, utilizzando una drum machine e un microfono per fare freestyle: Alan aggiunse al set un synth e un vocal pitch per rendere le cose più divertenti. 

Negli ultimi tempi, quei ‘giochini’ sono diventati i suoi, e lentamente l’elettronica è diventata la sua forma espressiva privilegiata. Era un processo già partito da tempo, gli ultimi due dischi dei Low “Double Negative” e “HEY WHAT” erano già permeati da questa trasformazione; il processo che ha portato a “White Roses, My God” è ancor più radicale e annienta alla base quanto fatto in precedenza. Alan è partito dal suo annullamento personale, attraverso azioni dimostrative: nei videoclip la sua faccia è deturpata dai pixel, nelle tracce la sua voce è ridicolizzata dal pitcher. Dichiara Alan, non voglio più ascoltare la mia voce naturale, mi disturba. E allora la annulla completamente, la devasta, portandola oltre il limite del ridicolo. La prima reazione all’ascolto di “White Roses, My God”, per un fan dei Low, non può che essere la stessa: immediata repulsione.

Ma sotto questa fitta cortina di incomunicabilità c’è dell’altro. C’è per forza dell’altro. E allora bisogna concentrarsi, provare ad isolare le parole dal contesto, togliersi dalla testa quel dannato vocal pitch. E allora sì, riemerge il vecchio Alan Sparhawk, riemergono le sue nenie cullanti in pezzi come la brevissima Heaven o Project4Ever, che sostanzialmente parlano della stessa cosa, quel desiderio di ritrovare in un’altra vita i cari perduti per strada. Emerge un’inquietudine quasi urlata (e resa strozzata sempre dal vocal pitch) in Feel Something. Emerge ogni tanto anche Mimì, la cui voce è ‘simulata’ da sua figlia Hollis nei cori di diversi pezzi, tra cui il singolo d’apertura Get Still e ancora Heaven, in Brother esce per un momento dalla custodia anche la chitarra. Qua e là, in qualche nicchia, ritroviamo anche la vena spiritual degli ultimi tempi che aveva un po’ caratterizzato “HEY WHAT”.

Nelle intenzioni, “White Roses, My God” è un tentativo genuino e spontaneo di Sparhawk per aprirsi una via espressiva il più possibile lontana da quello che faceva prima, che però tradisce ripetutamente richiami al passato: impossibile ottenere un annullamento completo. Ma questo è anche l’aspetto che migliora la percezione del disco: il risultato finale ha molte criticità, anche la musica elettronica adottata è un po’ piatta e vede pochi guizzi (uno di questi è Can U Hear): se parlassimo di uno sconosciuto, siamo onesti, questo disco passerebbe inosservato.

Fa strano, veramente strano parlare così di chi per 30 anni ha sfornato dischi uno più bello dell’altro, e che oggi si sente come l’androgino di Aristofane, depotenziato dopo essere stato appena diviso a metà. Riuscirà (se vorrà) a trovare nuovamente una dimensione artistica convincente?

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