Godspeed You! Black Emperor – NO TITLE AS OF 13 FEBRUARY 2024 28,340 DEAD

Recensione del disco “NO TITLE AS OF 13 FEBRUARY 2024 28,340 DEAD” (Constellation Records, 2024) dei Godspeed You! Black Emperor. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Pochi giorni fa in rete è emerso che, alla tappa londinese del “Liberation autumn of ’24” tour, qualcuno se l’è fatta sotto. Un incidente, forse. O forse questo moderno appestatore di narici altrui s’è semplicemente rifiutato di scollarsi da quanto stava accadendo davanti a lui. Certo, a discapito degli altri avventori che, infine, sono stati distratti dal poco pulito inconveniente. Ma io, questo John Doe dalle braghe marroni, un po’ lo capisco. Come fai a staccarti dai Godspeed You! Black Emperor?

Dando per scontato che l’ensemble capitanato da Efrim Manuel Menuck (che già il mese scorso ha dato alle stampe il favoloso debutto dei suoi WE ARE WINTER’S BLUE AND RADIANT CHILDREN) stesse presentando già dal vivo quello che è racchiuso nel nuovo album, sarebbe poi stato tanto sensato allontanarsi per raggiungere il bagno? È un dubbio lecito, me lo pongo proprio in virtù di quanto i canadesi ancora hanno da dire. Senza parlare, con i soli titoli e sparute frasi ad accompagnare il proprio suono, si fanno alfieri di un pensiero, più politico e più punk di tanti altri che invece proferiscono verbo (purtroppo) forti di un respiro mediatico dato dal sistema che dicono di combattere.

Mentre scrivo il Medio Oriente è, ancora una volta e più di ogni altra in fiamme. “War is coming. Don’t give up. Hang on. Pick a side. LOVE”. Una di quelle sparute frasi stampate nero su rosa chiaro nella sleeve. Poi viene il titolo, anzi, il non titolo: “NO TITLE AS OF FEBRUARY 2024 28,340 DEAD”. Ad oggi molti di più. In continua crescita. La morte che si fa viva davanti ai nostri occhi, a pochi passi da casa. Senza vergogna, di nuovo, dopo quasi 80 anni. Senza bisogno di dire chi li ha provocati, perché lo sappiamo, i GY!BE alzano gli scudi al cielo.

La grandeur del minimalismo, lo strapotere che gli otto elementi mettono in campo straccia il cuore. Si inarca su labirinti jazz per poi librarsi in ampiezza, senza disintegrare, senza lasciare che il grigio si impossessi dei riff che fanno circonvoluzioni sempre più ampie, inanellano melodie aperte e solari, le fanno nascere in silenziosi flutti, scheletriche sintesi, enfasi ritmiche, incastri di bassi prepotenti che s’incastonano durante l’ascesa. E ancora, nastri che risuonano in eco lontane, lambiti da cimbali laminari appena appena carezzati, perforati da chitarre acuminate, gracchianti, gonfie di distorsioni gentili, morbide, vaporose quel tanto che basta per colorare il mondo mentre le batterie trainano verso l’alto, incessanti, senza strabordare, spingono fino alle pianeggianti distese di un “rock” disfatto come un gomitolo che mai si districa, semmai intensifica l’intreccio, diventa davvero “punk”, ci mette una furia luminosa come il cielo di un’estate in cui non fa caldo.

La “crudeltà di questo secolo” fa capolino nei momenti più cupi, perché il male esiste, e l’archetto sulle corde del contrabbasso è la sua voce, voce dronica, in eterno ritorno, lambisce sfasciandosi in colpi improvvisi, come le bombe che cadono e distruggono vite, fa paura e la paura è un sentimento incontrollabile, immergendosi nell’oscurità, suoni che terrorizzano, in sospensione, in attesa, una marcia post-tutto, a passi lenti e strascicati, passi di un gigante di piombo che danza tra melodie tribali che guardano a est fino alla fine del mondo. Crescendo come anti-arma, come immagine senza immagini. Come tutto è iniziato, così finisce, disciolto nel chiarore e in una grandezza impossibile da sminuire.

Come fai a staccarti dai Godspeed You! Black Emperor?

Semplice: non puoi.

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