Coldplay – Moon Music
Recensione del disco “Moon Music” (Parlophone / Atlantic Records, 2024) dei Coldplay. A cura di Chiara Crisci.
Per raccontare l’ultimo disco dei Coldplay, bisogna partire da lontano. Un tempo, un filone di pensiero, da Pitagora a Goethe, passando per Platone e Dante, ha rappresentato il cosmo ordinato e retto da leggi matematiche, in cui i corpi celesti, muovendosi in cerchi concentrici e perfetti, producevano un’arcana armonia: la musica delle sfere.
Nella poetica e nell’estetica dei Coldplay, uomini sospesi a mezz’aria, con gli occhi rivolti al cielo e allo spazio, sono tornate ciclicamente immagini di stelle e pianeti (si pensi a Yellow o a Moving to Mars), finché Chris Martin e soci non hanno tentato di immaginare il suono segreto delle sfere di un fittizio sistema planetario in “Music of the Spheres” (2021), la cui chiusa, con la poetica e orchestrale Coloratura, apriva l’era di “Music of the Spheres Vol. II: Moon Music“.
Con “Moon Music“, decimo album in studio, rilasciato il 4 ottobre, la band britannica cerca ancora di decodificare la sinfonia dello spazio, attraverso un viaggio ascensionale e metafisico sulla luna, degno del paladino Astolfo, per recuperare la dimensione più intima e umana, in un’armonica connessione panica con il cosmo. Come suggerisce l’artwork, scatto onirico di un arcobaleno lunare, realizzato dal fotografo argentino Matías Alonso Revelli che incontra l’arte surrealista di Pilar Zeta (che collabora con la band fin dal 2015, per “A Head Full of Dreams“), si tratta di un viaggio caleidoscopico, lungo 44 minuti e dieci canzoni, che si susseguono in un continuum lirico di voli pindarici musicali tra i generi.
Nell’eterea title track, MOON MUSiC, all’ouverture di archi, segue un crescendo di piano, fino al subentrare della voce, in un canto programmatico di esortazione alla speranza e all’amore universale (“And I’m trying to trust in a world full of love“). Questo leitmotiv è ribadito nei primi due singoli estratti: feelslikeimfallinginlove, invito elettro pop a lasciar cadere tutte le difese di fronte alla forza dirompente dell’amore, e WE PRAY, inno corale rap dalle facili frasi motivazionali e dall’esibito impegno sociale. La ballad voce e chitarra acustica, JUPiTER, racconta, invece, di una ragazza, che si sente sbagliata, ma rivendica la libertà di essere se stessa e di amare chi desidera; chissà, magari anche di diventare una farfalla (“Jupiter longed to be herself or die / “I wanna burst into a butterfly”)!
Il clima diventa elettro pop funk con GOOD FEELiNGS per descrivere l’euforia dell’innamoramento, mentre si balla, in Estate, sotto la luna. A tradurre la stessa estasi contribuisce l’ipnotica e elettronica, persino ballabile, AETERNA, che si chiude con un inaspettato coro in lingua Zulu. Il viaggio interstellare culmina con��ALiEN HiTS / ALiEN RADiO, pezzo evanescente, celeste, lunare, che lascia fluttuare nell’etere e accompagna al trascendente. La parte strumentale sovrasta gli icastici versi che ricordano che tutto passa e che solo l’amore resta; preziosa è la campionatura di un discorso della poetessa e attivista statunitense Maya Angelou, che cita un canto gospel (God put a rainbow in the clouds) sulla creazione dell’arcobaleno, apparso tra le nubi per rischiarare i momenti più cupi, dono del Dio della Genesi all’uomo. In iAAM (acronimo di “I am a mountain”), pur in un mare di dolore, nella consapevolezza che l’amore sia la sola àncora di salvezza, l’io diventa solida montagna, lascia piovere. La ballad romantica piano e voce, ALL MY LOVE, ha l’ambizione di diventare un classico, ma il risultato prosaico e stucchevole delude. Infine, ONE WORLD trasporta in atmosfere immateriali, commuove. Non usa parole, se non poche, necessarie. In the end, it’s just love. Il canto degli uccelli ci riporta in volo sulla terra, al termine del viaggio.
In “Moon Music” ritrovo dettagli che ho amato nei precedenti lavori della band: le canzoni che sembrano ora rincorrersi e completarsi a vicenda, ora interrompersi per poi cambiare rotta, i cori, i suoni naturali, gli interludi strumentali, le voci fuori campo, gli effetti sorpresa, i silenzi, l’adorabile voce di Will Champion. Realizzo, però, cosa manca a chi ha amato “Parachutes” o “A Rush of Blood to the Head“, in cui una malinconica voce amica raccontava piccole e grandi inquietudini, mettendo a nudo tutta la problematicità dell’esistenza, fino a rassicurare, lasciandoci vibrare di empatia. Oggi, i Coldplay offrono soluzioni a quella problematicità con messaggi universalistici di amore e resilienza, che sanno di semplicistico buonismo.
La scelta è duplice: credere alla voce amica che ti dice che, guardando in alto, in qualche modo, le cose andranno comunque bene oppure sorridere cinicamente di chi è ancora abbastanza folle da confidare nel cielo e nella purezza dei sentimenti?




