The Hard Quartet – The Hard Quartet
Recensione del disco “The Hard Quartet” (Matador, 2024) dei The Hard Quartet. A cura di Luca Gori.
Non necessariamente riunire nella stessa stanza gente talentuosa di una certa età è una buona idea: nel migliore dei casi ci si annoia, nel peggiore si contano i punti di sutura. Poi, però, arrivano gli Hard Quartet e fanno piazza pulita di ogni pregiudizio da arteriosclerosi musicale.
A rigore gli Hard Quartet vanno annoverati sotto la categoria tendenzialmente esausta di supergruppo in virtù della presenza nel progetto di alcune tra le eminenze meno pretestuose della scena indie/alt degli ultimi trent’anni. Facciamo i nomi: accanto a Stephen Malkmus, ex-Pavement, si schierano fierissimi Matt Sweeney (attivo nei Chavez e nel progetto Superwolf), Emmett Kelly (Cairo Gang nonché socio di Bonnie “Prince” Billy e Ty Segall) e il batterista Jim White direttamente dai Dirty Three.
Alla voglia di stupire che ogni esordio porta con sé, questo “The Hard Quartet” sostituisce l’ironia matura e forse fin troppo sottile che si percepisce sin dal titolo e dai tre pezzi che anticipano l’uscita integrale del lavoro chiosato così da Stephen Malkmus: “‘Hard’ in this context means kind of real, like survivors, like a diamond that can’t be broken, just honed down. But then it’s sort of funny because there’s a lot of sensitive vibes on the record. It’s not actually so hard“.
Earth Hater, Rio’s Song e Our Hometown Boy, le anteprime, non sono altro che l’alter-ego compositivo di Malkmus, Kelly e White, rispettivamente. Tra sogni sghembi (Earth Hater) e melodie sognanti (Rio’s Song) ci si avventure in lande solcate da ritmi jazzati senza sonno e senza sogni (Our Hometown Boy). Come le signore mature sull’autobus, Malkums rivendica il posto a sedere per godersi lo spettacolo e il viaggio, quello già speso e quello ancora da completare. Reclamando la paternità di nove brani sui quindici presenti nella scaletta dell’album Malkums mostra di avere buone idee, ma di averne una centrale. E l’idea è quella di divertirsi e di divertire anche attraverso una libertà compositiva quasi gigionesca che va dalle reminiscenze più classiche, alla Rolling Stones, alla conquista di territori meno battuti dalla scrittura alternative contemporanea, per poi suonare alla fine tutto, al fondo, rigorosamente Pavement (Heel Highway).
E in fondo suona così anche ciò che apparentemente è più distante da quel modello, come la ballad folk Killed by Death nella quale dovrebbe essere Kelly a farla da padrone. Poi però arrivano i colpi di Renegade provenienti da un’altra epoca, da un passato in cui ogni cosa era fresca e ogni sussulto uno sfregio a sé stessi. Gli anni Novanta, i Sonic Youth sullo sfondo, e una potenza che procura ancora oggi i brividi. E basterebbe questo per mandarci a casa tutti contenti, o quanto meno per premere il tasto loop. O forse no, perché dai grandi artisti ci si aspetta qualcosa d’altro che non sé stessi, e questo lavoro in fondo non è altro che la somma espressiva di alcuni grandi artisti, ognuno a suo modo in stato di grazia.
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