Amyl and The Sniffers – Cartoon Darkness

Recensione del disco “Cartoon Darkness” (Rough Trade / B2B Records, 2024) di Amyl and The Sniffers. A cura di Francesco Giordano.

Cosa c’è di più bello del punk? Della sua irriverenza, della sua voglia di prendere in giro? Probabilmente Amy Taylor e i suoi compagni che fanno quello che vogliono. Arrivano da Melbourne, formano il gruppo Amyl and the Sniffers nel 2016 e dopo l’omonimo esordio in LP nel 2019, escono nel 2021 col bellissimo “Comfort To Me“. Ora, anno domini 2024, tornano con un nuovo disco. Ma andiamo con calma.

La loro musica è, diciamo, una grande summa del rock australiano degli anni ’70 e degli anni ’80. Nel 2016, quando viene fondato il gruppo, la musica con le chitarre, il rock, non andavano molto di moda. Infatti, partono in sordina, ma non impiegano molto a farsi notare. Riescono ad intercettare un pubblico “sui generis” grazie al loro sound che guarda molto ad un rock’n’roll selvaggio. Poi, però, c’è un punto, diciamo così, per cui non si possono non notare: la frontwoman e leader del gruppo, Amy Taylor. La sua carica naturale, i suoi atteggiamenti ed il suo look vanno a rappresentare quelle classiche tipologie di conflittualità: i punk un po’ chiassosi, la periferia. Questo suo modo di essere ha evidentemente messo il gruppo sulla mappa e li ha avvicinati ad altri colleghi molto simili come Viagra Boys e Sleaford Mods, con cui per altro la Taylor ha anche collaborato.

Attitudine al casino e modi spicci. È proprio così che potremmo descrivere questo gruppo e questo disco.

Il primo singolo esce a maggio ed è U Should Not Be Doing That. La prima volta che lo ascoltai ero disteso nel letto, faceva caldo e quel beat ossessivo si insinuò così a fondo nel mio cervello che mi impedì di dormire. Da quel giorno, anzi da quella notte, gli Amyl and the Sniffers divennero per me un’ossessione. Iniziai ad aspettare questo nuovo disco con ansia e aspettative. Andai a risentirmi i due lavori precedenti e li ascoltai e li riascoltai a fondo, cercando di capire e di entrare dentro ogni minima cosa, ogni minimo aspetto della musica e del loro essere. La carica degli esordi ha lasciato il passo ad una ricerca più strutturata del ritmo, ma l’attitudine a voler essere sempre sé stessi e coerenti con ciò che sono, è rimasta. U Should Not Be Doing That è una dedica satirica a tutti quei santoni della musica che han bacchettato Amy e i suoi dicendo loro che il rock, il punk, le chitarre e tutto il resto non si fanno così. Eppure, loro lo fanno così e lo fanno bene. Loro, soprattutto, lo fanno come vogliono e cascasse il mondo continueranno a fare così. E menomale, ci aggiungo io.

Sì, perché se ci avevano abituato ad un suono duro, con questo disco si sono aperti un po’ di più. Si sono, persino, cimentati in una ballad, Big Dreams, che suona da Dio, che sembra dover esplodere da un momento all’altro e invece rimane lì. Lascia chi ascolta in bilico su una sottile linea da cui sembra sempre di star per cadere: da una parte l’inferno del rock’n’roll con le sue chitarre ed i suoni duri e violenti, dall’altra un pop più dolce e delicato. È vero, la voce di Amy ha dei limiti e questo pezzo li mette bene in evidenza, ciò nondimeno lo trovo meraviglioso. Il suo incedere sicuro, il suo riflettere su chi non ha la possibilità di perseguire e credere nei propri sogni è un qualcosa che trascende dal brano in sé.

Nel suo complesso, comunque, il disco regge e regge molto bene. Probabilmente non sarà considerato un capolavoro, non sarà il disco che tra vent’anni ricorderemo, però per Taylor e soci è un passo verso un suono inclusivo che li porterà decisamente lontano. A nemmeno trent’anni, non dimentichiamocelo, Amy ha già dato una spinta importante al punk e alle chitarre verso nuovi lidi, si sente libera di fare quello che vuole e può fare quello che vuole. Cos’altro dobbiamo aspettarci?

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