Motta – Suona! Vol. 1

Recensione del disco “Suona! Vol. 1” (Sona Records / Ada Italy, 2024) di Motta. A cura di Chiara Crisci.

Reduce da un intenso anno in tour, Francesco Motta pubblica, l’11 ottobre, un progetto in cui si riverberano tutta la dimensione e l’esperienza dei live. “Suona! Vol. 1” (presuppone un volume 2? Chissà!), è un nuovo imperativo categorico interiore per l’artista che rilegge, riarrangia e reinterpreta, per meglio comprendere e far comprendere brani della sua storia musicale precedente, dai tempi dei Criminal Jokers a oggi.

La raccolta, che si apre con l’omonimo unico inedito Suona, nasce da un intimo e urgente bisogno di libertà artistica. L’ultimo Motta era sembrato un po’ spento e poco a fuoco rispetto agli inizi, ma con questo nuovo progetto sembra mettere un punto e un a capo alla sua carriera, frutto di nuove consapevolezze e un percorso di maturità sempre in fieri. Non è un caso che “Suona! Vol. 1”, esperimento di “riportare il live in studio di registrazione e non il contrario”, prodotto insieme a Cesare Petulicchio e Giorgio Maria Condemi, sia anche la prima uscita di Sona Music Records, la neonata etichetta discografica indipendente fondata dal musicista toscano.

L’album contiene solo otto tracce, di cui sette editi, non i pezzi più iconici della sua produzione, ma probabilmente quelli che avevano ancora qualcosa di inedito da rivelare anche allo stesso Motta che dice di aver “capito solo adesso” alcune canzoni del suo passato.

Nella sua retrospettiva “distrugge” e destruttura, “rigenera se stesso” e si riconnette con chi è stato, risalendo indietro, al 2012, all’esperienza con la sua band di “Cambio la faccia e “Bestie“, in cui la voce diventa più chiara e più vivida la contezza circa l’efficacia corrosiva e tagliente di versi come “Siamo bestie che si curano a vicenda / E quando possono si mangiano la testa“.

Dalla sua fortunatissima e apprezzatissima opera prima come solista, “La fine dei vent’anni”, Targa Tenco nel 2016, divenuta manifesto di un’intera generazione disorientata e in crisi che negli anni ‘10 trovava espressione del suo disagio nel cantautorato indie in inaspettata ascesa, riprende Roma stasera e Se continuiamo a correre. La prima diventa psichedelica e elettronica, la seconda pacifica le grida di chi “non trova la sua faccia” e “ha piene le tasche di denti spezzati”, di chi “io scrivo canzoni, che cazzo mi frega”. Quasi elegiaca diventa, Ed è quasi come essere felice (ripresa da “Vivere o Morire”, 2018), con Teho Teardo, decisamente addolcita dagli archi e dalle corde, in un’atmosfera che da corsa di notte in una galleria buia sull’autostrada si fa quasi carezza prima di partire. Dai più recenti “Semplice” (2021) e “La musica è finita” (2023) suonano del tutto nuove rispettivamente E poi finisco per Amarti e Anime perse, più arricchita nel suono la prima, più nuda la seconda.

Infine, la title track, nel riemergere dalla memoria di immagini, suoni, parole, un bambino, un viso, il padre, la casa, una porta, la scuola, riscopre stimoli creativi e ritrovato entusiasmo edonistico nel suonare, nel comporre, scomporre, meravigliare, vivere una vita che stona, eppure è bellissima.

Alla fine dei trenta, la felicità di Motta suona di scelte punk e controcorrente, di strade ignote e deviazioni dal percorso principale che lo rendono più interessante e che danno respiro nuovo ai polmoni. 

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