“Treasure” dei Cocteau Twins compie 40 anni, un incantesimo fuori dal tempo
Quarant’anni fa i Cocteau Twins diedero alle stampe il disco etereo per definizione, tra i più influenti della storia della musica moderna: da esso prende le mosse tutto ciò che oggi classifichiamo come dream pop.

Non ho davvero vissuto gli anni ’80, mi limito a esserci nato. Per i film che vedo, e per la musica che ascolto, li sento come un’epoca a sé stante, non collocabile in una sequenza temporale tra gli anni ’70 e i ’90. Un angolo cieco della storia, nel quale sono state possibili cose scollegate da quanto avveniva prima e con ancor meno seguito col dopo. Un’epoca nella quale l’immaginazione era al servizio delle arti con sterminate licenze creative: al cinema è il periodo di Conan il Barbaro, de La Storia Infinita e della Storia Fantastica, dei Goonies come dei Gremlins. Curioso notare come il collante tra molte di queste opere provenisse da un’altra arte ed era l’estetica del punk, che nella musica influenzava un po’ tutti, spingendo adolescenti a osare su una loro strada alternativa.
Prendiamo ad esempio questi ragazzi di Grangemouth, nella provincia scozzese. Sono Robin Guthrie e Will Heggie, sono ancora minorenni, e vogliono formare un gruppo tendenzialmente gothic punk. Incontrano Elizabeth Fraser, ragazza poco più giovane, introversa, con alle spalle una storia familiare difficile, fatta di bulimia e incesto, dotata però di una voce unica e inconfondibile, ed una grande voglia di imitare la sua icona di emancipazione, Siouxsie.
Insieme questo trio, che prende il nome da una canzone di quelli che poi diverranno i Simple Minds (tanto per restare sul tema delle partenze comuni con approdi distinti) , incide “Garlands” sotto la guida di Ivo Watts-Russell, co-fondatore dell’allora giovanissima etichetta 4AD. Il disco funziona, anche se non aggiunge granché alla scena di allora complice la limitata libertà espressiva che potevano permettersi in studio, dove i tecnici non avrebbero mai permesso a degli sbarbatelli di manipolare a piacimento le equalizzazioni, soprattutto quelle della batteria elettronica, non permettendo loro di ottenere il sound grezzo che cercavano. Il buon riscontro permette loro di andare in tournée anche fuori dall’isola, Heggie però decide di abbandonarli, lasciando Guthrie e Fraser soli e incerti sul loro futuro. Uscirà un secondo disco, “Head Over Heels”, registrato interamente da Guthrie per le parti strumentali, che contribuirà a far crescere entrambi come musicisti.
Ma la necessità di un terzo membro, anche solo per una migliore resa dal vivo, è impellente. A inizio 1984 entrano in contatto con un ragazzo londinese, Simon Raymonde, giovane e punk come loro, ma con un background musicale più ampio e raffinato: è figlio d’arte, suo padre ha arrangiato per Dusty Springfield e Julio Iglesias tra gli altri, lui invece è bassista ed ha appena lasciato i Drowning Craze, ma se la cava bene anche con i sintetizzatori. A volte è così: la magia nasce dall’incontro di più menti complementari, ed ogni mente è un tassello mancante di un incantesimo altrimenti impossibile da lanciare.
“Treasure“ è proprio questo: un incantesimo. Che proietta l’ascoltatore in un’epoca senza tempo, dove non esistono più rock, pop e altre etichette. Solo arte e magia. Una magia difficile da spiegare a parole, ma già intuibile dalle prime note di quell’Ivo, ribattezzata come il loro mentore (per il quale i Cocteau Twins rappresentano la prima di una lunga serie di scommesse vinte in ambito discografico). Brian Eno fu ricercato da Watts-Russell per produrre questo disco, ma da saggio musicologo qual è, si tirò indietro affermando candidamente che il trio non aveva bisogno del suo aiuto. Del goticume degli esordi c’è più di qualcosa, nei bassi che estrapolati dal contesto somigliano parecchio a quelli dei coevi Cure, ma è tutto il resto a trasfigurare: la drum machine, una volta ottenuta la necessaria libertà creativa, è palesemente meccanica e artefatta, eppure anziché appiattire la musica come dovrebbe fare uno strumento senz’anima raggiunge l’effetto contrario (magie che allora non erano rare, anche alle nostre latitudini). Guthrie ha dovuto giocoforza addestrarsi sui loop e adesso li padroneggia e li esalta, facendosi antesignano di ciò che in un futuro non troppo lontano diverrà shoegaze completandosi con la brutalità rumorosa di altri coevi quali Jesus & Mary Chain.

E poi c’è lei. Elizabeth. Incredibile che moltissimi la conoscano solo per Teardrop e pensino che sia quello il vertice della sua carriera, chissà se la riconoscerebbero in questo disco uscito poco più di dieci anni prima. La sua tecnica personalissima di controcanto la rende una delle voci femminili più originali dell’epoca, appena una spanna sotto Kate Bush e Antonella Ruggiero che hanno dalla loro doti naturali più accentuate. Il suo accento incomprensibile per chi non ha l’inglese come lingua madre e probabilmente ostico anche per i suoi stessi conterranei va a nozze con una scrittura non convenzionale. Nessuno prima, e nessuno dopo, ha fatto un uso dell’allitterazione così convincente (apice la trascinante Lorelei, ma non dimentichiamo la più ipnotica Pandora), al punto da potersi permettere canzoni criptiche oltre il comprensibile, eppure così emozionanti. A pensarci bene, i Cocteau Twins ebbero anche il merito di essere tra i primi nella musica leggera a sovrapporre con successo il significante al significato rendendoli una cosa sola. Nei tempi moderni c’è chi ha deciso di rinunciare completamente alla lingua corrente (Sigur Rós, Raketkanon), chi al significato (Verdena), ma nessuno è riuscito ad arrivare alla purezza e all’impagabile equilibrio di “Treasure“.
L’incrocio tra le capacità vocali e intellettuali della Fraser, i rigurgiti darkwave di Guthrie, e i romanticismi vittoriani portati in campo dai synth di Raymonde, portano a comporre tra agosto e settembre 1984 dieci pezzi uno più bello dell’altro, tutti battezzati con un nome proprio di sapore classicista. Ed il meglio è alla fine, con i 6’19” di Donimo. Letteralmente: strafare. Sono 3 pezzi in uno. Tastiere a simulare archi e cori solenni. Silenzi solcati dai rumori spaziali di Guthrie. Fraser che si dà definitivamente alla glossolalia, componendo una filastrocca dal sapore magico fatta di un misto di parole inglesi, giapponesi e chissà cos’altro (ho provato per gioco a passarla a google translate: suggerisce figiano!)
I called on Pomoke
Hokidomi cannot care
Hocus pocus do nimoka
Annapurna donima
L’incatesimo di “Treasure“ è irripetibile. Difatti, i Cocteau Twins non riuscirono più a ripetere niente del genere, almeno secondo il pubblico e la critica. Loro la pensano in maniera diametralmente opposta: Raymonde ritiene “Treasure“, “un lavoro frettoloso”, ma è Guthrie a calare il carico da novanta: “Un aborto, di gran lunga il nostro peggior lavoro”. Già nel successivo “Victorialand” Raymonde fu distratto da impegni concomitanti coi This Mortal Coil, il progetto parallelo di Ivo Watts-Russell, Guthrie e Fraser decisero di fare a meno anche della drum machine, dando alla luce un disco più ostico. Più tardi arrivò “Heaven or Las Vegas”, l’esatto opposto: decisamente più pop e compatibile col mercato, fin troppo convenzionale. Il legame sentimentale tra Guthrie e la Fraser e il suo successivo deteriorarsi non lasciò spazio ad altri tentativi insieme dopo gli anni ’90, mentre Raymonde raccolse l’eredità di ciò che era rimasto, ossia la Bella Union, etichetta nata come tentativo del trio di autoprodursi a fine carriera, diventata oggi una delle label di riferimento per la musica alternativa.
Sotto la Bella Union sono passati diversi gruppi che possono considerarsi direttamente o indirettamente debitori dei Cocteau Twins: dai Dirty Three ai Mercury Rev, passando per Flaming Lips, Fleet Foxes, Explosions In The Sky. Pur facendo cose molto diverse tra loro, ciascuno di essi deve qualcosa a Treasure, che ha sdoganato la possibilità della musica pop-rock di diventare magia, senza dover ricorrere ad un’alterazione della percezione come è stato per la psichedelia. La critica coniò il termine “ethereal wave” per definire questo sound, e ciò che i moderni chiamano dream-pop prende le mosse da questa influenza.

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