the body – The Crying Out of Things
Recensione del disco “The Crying Out of Things” (Thrill Jockey, 2024) dei the body. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
In una recente intervista a The Wire, parlando di “The Crying Out of Things”, del suono che volevano dare al disco Chip King ha detto: “Lo vogliamo più malato! Non appena entriamo in studio sono tipo, facciamo sì che la mia chitarra suoni laida! E tutte le volte è sempre più sporca”. Non è solo la sei corde di King a suonare “nastier”.
Le foto a corredo della stessa intervista Lee Buford se ne sta lì con una t-shirt dei KLF, famigerato duo elettronico britannico mai ricordato adeguatamente. C’è un qualche collegamento con la nuova fatica del duo di stanza a Portland, Oregon? Forse sì. Perché “The Crying Out of Things” arriva giusto pochi mesi dopo l’album in collaborazione con Dis Fig, in cui la summa electro del tutto è impronta sostanziale, ma non solo, ché the body è già passato di qui e ancora ci starà.
King e Buford e l’ordalia del disastro, complici di rendere l’apocalisse canzoni, sempre al limite del malessere praticamente fisico. Portano alla forgia le enormi casse di un soundsystem e le gettano nel piombo fuso. Bassi che percuotono l’intero sistema, 808 kickdrums fanno da contraltare a legno e metallo, pelle e sangue che fanno il paio con sintesi elettriche. Materia dub dall’oltremondo, ritmiche collose che si squagliano le une sulle altre, seppelliscono chitarre che non somigliano a nulla che dovrebbe essere prodotto da una chitarra. Grida mostrificate, voci annientate, canti spettrali (per gentile concessione di Felicia Cheng/Dis Fig) questa la cifra stilistica di the body che mai cambia, anche quando il pensiero intrusivo di una melodia synth si fa strada danzando (Seth Manchester non produce solamente, mette mano a tasti e bacchette), assieme a sample raccattati dalle peggio soffitte a nastro.
Quelle stesse melodie che fanno capolino vestite ora con il meglio abito black metal (che par di stare in Norvegia nei Novanta), ora con quello buono per le campane a morto doom, suonato in chiese abbandonate da secoli (All Worries è un calice amarissimo e anche il pezzo di punta di tutto il dischetto), punzonate da una tromba ferale (Dan Blacksburg) e da archi zombie (J Mamanas). Tutto il lezzo dell’umana condizione che viene a galla, come piace a noi.
in a world moving on removed
all fear
left in dark
no kin
comfort secondary
empty days
no visitor
no future




