Father John Misty – Mahashmashana

Recensione del disco “Mahashmashana” (Sub Pop, 2024) di Father John Misty. A cura di Antonio Boldri.

Teatro delle Vittorie, anni novanta, sabato sera, Fantastico. Una pioggia orchestrale che si espande e una figura che appare in stile divinità da dietro il sipario. È un uomo barbuto, dall’aspetto istrionico e vissuto, uno strano ibrido tra il Libanese e Platone; risponde al nome di Father John Misty. Inizia così “Mahashmashana”, album e pezzo: un tripudio di musica che accoglie l’ospite d’onore e stordisce anche il più navigato ed esperto degli ascoltatori. Passano oltre trenta secondi di smarrimento prima che una melodia meno invadente lasci spazio al narrare. Narrare, si, perché quando la voce è quella di Josh Tillman tutto si può dire meno che sia solo un semplice cantare. E infatti eccolo lì, in un continuo saliscendi sonoro, a fantasticare di un girone dylaniano stile Desolation Row, di albe universali e bugie perfette, di cortigiani e divinità, che trovano la loro realizzazione nel liberatorio e conclusivo “Yes, it is!”.

La prima cosa che mi viene da pensare è semplicemente: Bentornato! Bentornato da quando, in una mattina torbida e assonnata, dopo una notte passata in un letto non mio, dopo una non devastante reunion degli At The Drive-In, dopo una non altrettanto non devastante serata trascorsa con gli amici del liceo a parlare di vita, morte, amori e altre cose che i nipoti dovrebbero sapere, immersi in una nebbia tipica di Milano ma anche dell’appartamento del mio ex compagno di banco; dopo tutto questo panegirico di nostalgie e ritorni, il padrone di casa al mattino, prima ancora di riuscire a togliere il torpore alle corde vocali, tira fuori un vinile dalle tinte rosa e lo mette su. Da lì, da quel Chateau Lobby #4 (In C For Two Virgins) scatta il colpo di fulmine per il signor Tillman, ex-batterista dei mai troppo apprezzati Fleet Foxes e adesso autore originale, anarchico e quanto mai ispirato. Parte da lì, torna indietro con “Fear Fun”, si ritrova con “Chloe” fino ad oggi, a questo “Mahashmashana” che potremmo definire in mille modi diversi sbagliando sempre perché l’unica forma di categorizzazione che potremmo dargli è soltanto “un disco di Father John Misty”. E come tale non può che essere un disco folle, che parte con un trionfale brano da soli 9 minuti per poi scrollarsi di dosso tutta l’epopea inscenata e rifugiarsi nello snello rock’n’roll di She Cleans Up a rinfocolare il ritmo. Con eccellenti risultati.

Ma, proprio perché ci muoviamo nell’universo onirico di Father John Misty, e lui gode miserabilmente a disorientarci di continuo, ecco arrivare la visione della dose accidentale di Josh, una storia di settimane astrali e gelati per strada, dalle oscure e insalubri ambientazioni, degne epigoni dei fantasmi del sabato sera di Tom Waits o dei dilemmi di Ugo di Bobo Rondelli (son toscano, concedetemela). Non può che seguire l’angelica e provvidenziale Mental Health, un’allucinazione figlia della lucidità, allegoria critica al nonsense del mondo, che mostra la sua ribellione a suon di caffè e sigarette, e si dipana in una crescita musicale continua verso un bambino magico, destinatario di un messaggio salvifico, rivelatore e allo stesso tempo dai toni ammonitori.

Siamo appena a metà disco e già sono stanco. Il rifugio ideale non può che essere la terra delle urla, Screamland, dalle tinte più dark e dalla lirica pessimista, che sfocia in un ritornello tra i più distorti che Father John Misty riesca a fare. Dissonanza, disagio, amarezza. Nick Cave? Mi sento, di nuovo, scombussolato, proprio come desidera questo musicista figlio di un errore di programmazione delle case discografiche. Screamland sfocia in Being you, introspettiva piena di domande, ipotesi, supposizioni, dubbi, in tinte lo-fi. Il suono è molto cambiato dall’inizio del disco: dal muraglione di Mahashmashana all’incedere sommesso, quasi sottovoce, quasi un lamento, quasi uno sfogo di Being You. La strada è tortuosa, fatta di discese ardite e risalite.

Infatti, in un perfetto mix tra Hurricane e la febbre del sabato sera, ecco I Guess Time Just Makes Fools of Us All, carica come una pistola, molleggiata, accattivante, grondante amara ironia verso questo tempo che ci prende tutti in giro. Un’arringa di otto minuti e mezzo che, proprio come la storia del pugile Carter, non annoia mai e sferra ganci e pure qualche colpo sotto la cintura. Le ferite vengono curate (?) da Summer’s Gone, malinconica chiusura, forse piena di consapevolezza, per un disco che attraversa degli stati d’animo e di suono opposti, che svaria, indaga e si indaga, che usa bassi e fiati, la chitarra di Alan Sparhawk dei Low, una batteria di violini e, non ultima, la sua voce vellutata.

Mahashmashana”, che in sanscrito significa più o meno “grande terreno di cremazione”, è un disco totale, che abbraccia variegate opzioni musicali e attraversa un oceano di dilemmi. Il titolo lascerebbe pensare ad un testamento e anche la scarica di interrogativi e preghiere che si susseguono tendono a far pensare a qualcosa che si dirige, e non necessariamente in modo troppo dolce, verso il forno crematorio.

E quindi, che farai Josh Tillman, una volta arso da questo nuovo, folle, assurdo, adorabile album? Risorgerai?

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