La Rappresentante di Lista – Giorni felici

Recensione del disco “Giorni Felici” (Woodworm / Numero Uno / Sony Music, 2024) de La Rappresentante di Lista. A cura di Chiara Crisci.

Hai presente il disco giusto al momento giusto? Quello che parla per te, che esprime esattamente come ti senti, in una certa fase della tua vita, anche meglio di quanto tu stesso/a possa riuscire a fare? Ecco, per me e, probabilmente, anche per qualcun altro che si troverà ad ascoltarlo, questo sarà il caso di “Giorni felici” de La rappresentante di Lista.

La nuova fatica discografica, la quinta, dell’eclettico duo, vede tornare Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina più introspettivi che spregiudicati del solito, con un disco rock alternative, irriverente che flirta con il pop, pur restando riconoscibile e coerente con la sua storia precedente e la sua identità musicale, giocando con le chitarre acustiche ed elettriche, con i synth, la ritmica accattivante, la voce luminosa e cristallina di Veronica che lascia, qua e là, spiragli all’intervento di Dario.

L’ironico titolo “Giorni felici” allude all’omonima pièce teatrale in due atti, “Happy Days” (1961), di Samuel Beckett, dramma dell’assurdo che mette in scena un’umanità in trappola, misera e disperata, in una condizione di quotidiana immobilità. Anche l’artwork, a cura del toscano Davide Bondielli, “pittore e illustratore di ricordi sbiaditi” (come si definisce nella sua bio di Instagram), un dipinto quasi surrealista a tinte vivaci di una casa, immersa in un paesaggio piatto e privo di prospettiva, con un palloncino sorridente sospeso via dal tetto, rispecchia il senso di spaesamento e crisi esistenziale, generazionale, non solo individuale, fotografata dagli 11 pezzi del disco. 

Nella frenesia e nella velocità della città, nell’ipocrisia della televisione o della radio, in un mondo feroce e labirintico, ad attanagliare l’“io” lirico (e il “noi”) è un groviglio inestricabile e incomprensibile di emozioni contrastanti e disorientanti. Unico rimedio, in cui cercare sicurezze e riparo a noia, paura, vuoto, illusioni, confusione, aridità, solitudine, precarietà, potrebbe essere l’amore, se non fosse che ormai anche i sentimenti sono diventati usa e getta. Le relazioni, fatte di “amori difficili”, tentativi sbagliati, sospensione, messaggi contraddittori, “destino e “pelle d’oca”, “odore sul cuscino e sesso “tra le stelle e i vestiti”, fatte di ghosting, di situationship che non decollano, di amara incomunicabilità, fanno dell’amore un gioco, senza regole, in cui si è destinati a perdere sempre. 

La città addosso, che apre con una sferzata quasi pop punk il disco, usa l’efficace metafora di una partita ai videogiochi, in cui la protagonista si trova quasi a “sfiorare la felicità”, poco prima di perderla e restare delusa. Je Ne T’Aime Pas Toujours è tutta costruita intorno al topos della passione amorosa come malattia (“l’amore mi fa male, non lo capisco più”) che inebria i sensi e annebbia la lucidità, che toglie il sonno e la fame e monopolizza pensieri e ricordi. Al grido di un incisivo “Sto male per te, sto male con te” che, esemplificando la contraddittorietà dell’“eros dolceamaro”, sa tanto del catulliano odi et amo (motivo ripreso più avanti da Countdown con “tu mi coccoli, tu mi soffochi”), non resta che chiedersi se basteranno Parole d?Amore per “cantare via” tutta la passione. Se ossessiva è l’attenzione alla sintomatologia del mal d’amore e ai grovigli della testa – una “giostra incantevole”! – largo spazio trova anche il delicato tema della salute mentale con la ricerca, in “dieci gocce di amarezza”, del sollievo ad un malessere che da interiore diventa fisico. Ho smesso di uscire racconta proprio “una stanchezza cronica, fisica e mentale” che porta a una joyciana paralisi che si mitiga solo davanti al mare o si esorcizza con il canto o la danza, come in Baby baila (intersezione di R&B e Gospel), mentre il Mondo corre veloce, feroce e le parole e la musica suonano alla radio, allo stereo e al Karaoke. Ricorrente è anche la polarità tra paradiso e inferno: alla voce narrante, emblema di una moderna femminilità forte e vulnerabile insieme, che “voleva solo l’amore”, sembrava di stare in Paradiso, appena prima di cadere all’inferno e “bruciare in pochi secondi” tra le braccia in cui cerca salvezza, nell’eloquente title track Giorni felici.

A suggellare con crudezza l’album è Cattivo, un brano che esplicita una inadeguatezza degna dei personaggi di un dramma del teatro dell’assurdo, abbandonati sulla scena, inetti e solitari.   In un momento in cui, anche se la “televisione ha detto: è tutto apposto”,  mancano le “vitamine per le paure” e la musica diventa il solo antidoto, non trovi che un disco come “Giorni felici” che smaschera l’illusorietà della felicità e viviseziona il vuoto dell’esistenza, sia il disco giusto al momento giusto?

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