Rise and Fall of a Dream: cosa rimane del viaggio dei Giardini di Mirò

Non sono molte le realtà nostrane che sono state in grado di incidere anche fuori dai confini nazionali: la band di Cavriago viveva di una dimensione internazionale e parlava un linguaggio universale.

Foto: Paolo Polacchini

I’ve just praied all the time,
wasted time again

Pet Life Saver

Un furgone, le chitarre scrause, un po’ di DIY e un sogno“. Con queste parole, i Giardini di Mirò hanno annunciato la decisione di sospendere le attività a tempo indeterminato, mettendo (forse) fine a una storia che ha attraversato più di vent’anni di musica italiana e non solo. Ed è proprio qui il punto: non sono molte le realtà nostrane che sono state in grado di incidere anche fuori dai confini nazionali. In un soffio, però, la band di Cavriago ha trasformato la provincia emiliana nel centro nevralgico di un sogno collettivo, contribuendo a ridefinire le coordinate del post-rock.

Si ascoltava tutt’altra roba da queste parti, ma erano gli anni in cui il post-rock si affacciava anche in Italia. Dopo aver esplorato i mostri sacri e i loro innumerevoli derivati, si finiva per cercare i propri local heroes. Ed eccoli, i Giardini di Mirò, perfetti. Affascinavano fin da subito, con quel nome da band progressive degli anni Settanta, ma col progressive c’entravano chiaramente zero o quasi, e forse in fondo questa era solo una mia fissazione (ok, forse non solo mia).

Il nucleo originale dei Giardini di Mirò: Jukka Reverberi, Corrado Nuccini, Luca Di Mira, Mirko Venturelli

Li scoprii con il video di Pet Life Saver, che girava a notte fonda su MTV Brand New grazie a quel sant’uomo di Massimo Coppola. Il pezzo, con la voce sghemba di Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu – altri alieni di cui un giorno forse vi parlerò – più che post-rock era una ballata slowcore. Per me, che di quei mondi musicali ai tempi non sapevo nulla, era semplicemente musica di un altro pianeta.

A rivederlo oggi il video, essenza pura del DIY e con la partecipazione di Emidio Clementi, viene il magone. Le animazioni in slow-motion alternate alle immagini della band sono stranianti, sospese nell’infinito, in bilico tra realtà e immaginazione. Lasciavano la sensazione di respirare un’aria piena di ricordi ed emozioni distanti. Non so perché, per anni l’ho considerato una sorta di Coffe & TV, ma senza la spocchia tipica degli inglesi. Era, di fatto, la rappresentazione visiva perfetta della musica dei Giardini di Mirò, una musica che già con il loro primo album avrebbe ridefinito il panorama del post-rock italiano.

Pet Life Saver era inclusa appunto in “Rise and Fall of Academic Drifting“, l’album di debutto del 2001. Si parlò di “Mogwai italiani”, o qualcosa del genere, alla maniera tutta italiana di sminuire un nostro fenomeno e ridurlo a una dimensione provinciale. Ma era evidente che il disco poteva presentarsi al cospetto dei più grandi: viveva di una dimensione internazionale e parlava un linguaggio universale, intrecciando malinconia e visioni cinematografiche. Era come se attraverso il finestrino di un’auto scorressero paesaggi immensi di un viaggio immaginario. Brani come A New Start, Trompsø is OK e Little Victories sono diventati simboli di un’opera che, a distanza di anni, è ancora un classico del post-rock tutto e un motivo d’orgoglio per la scena musicale italiana.

Con il più audace e sperimentale “Punk… Not Diet!“, i Giardini di Mirò esplorarono territori più grezzi e dissonanti, dimostrando che il post-rock potesse anche raggiungere frequenze più fisiche e sanguigne. Il titolo stesso, ironico e provocatorio, anticipava la natura irrequieta e imprevedibile del disco. Destrutturazione e improvvisazione erano i fili conduttori di un lavoro che introduceva nuovi elementi, come l’uso dell’elettronica, dei fiati e di altri strumenti non convenzionali. Brani come The Swimming Season e il folk straniante di When You Were A Postcard si distinguevano per la loro unicità, mentre The Comforting of A Transparent Life sfociava nell’indietronica. “Punk… Not Diet!” poteva già sembrare un disco di transizione, ma si rivelò invece un’opera fondamentale, capace di ridefinire non solo gli orizzonti musicali della band, ma anche la scena indie italiana nel periodo di massimo fulgore.

Più pacato e convenzionale – potremmo definirlo maturo – “Dividing Opinions“, pubblicato quattro anni dopo, accantonava parzialmente le velleità sperimentali per concentrarsi su una visione più riflessiva. Adottava un sound che mescolava elettronica, post-rock e shoegaze (la title-track in tal senso è esemplare), riservando, come mai prima, molta attenzione alla componente vocale. L’album spostava il focus dalla purezza strumentale a una scrittura più articolata, in cui il canto diventava un altro elemento fondamentale nel dialogo emotivo e sonoro del gruppo. Brani come Broken By, Sorry, No Disco e Cold Perfection toccavano le corde più intime dell’ascoltatore. Si lasciava per strada l’inquietudine, si acquistava sicurezza e solidità, e il risultato finale era un disco rassicurante, dal sound perfettamente riconoscibile, che però non deflagrava quasi mai.

È forse per sentire ancora il calore della fiamma della sperimentazione che, nel 2010, i Giardini di Mirò intraprendono un progetto cinematografico singolare: la sonorizzazione de “Il Fuoco“, un film muto di Giovanni Pastrone del 1915. Con un disco strutturato in tre movimenti, il gruppo realizza una vera e propria sinfonia post-rock. Esperimento bissato cinque anni dopo con la sonorizzazione di “Rapsodia Satanica“, un film muto del 1917 di Nino Oxilia. Qui i toni sono più tesi e dissonanti, per un’opera ambigua, carica di mistero e simbolismo. “Il Fuoco” e “Rapsodia Satanica” non sono opere laterali: sono parte dell’anima dei Giardini di Mirò, necessarie per comprendere tutte le sfaccettature di una band capace di muoversi tra solidità indie e avanguardia pura.

Di normalizzazione si parlava, e i successivi “Good Luck” (2012) e “Different Times” (2018) ne sono l’emblema. Separati da sei anni, altri progetti ed esperienze, entrambi accomunati però da un incedere comune nel tentativo di scrollarsi di dosso i residui del post-rock, quasi come fosse un peccato. Procedono entrambi senza intoppi, certo, ma non offrono quasi mai guizzi, come se intravedessero il traguardo, o se le dinamiche della vita quotidiana avessero rosicchiato via un po’ alla volta quella spinta creativa che aveva dato al sogno le sembianze del reale. “Different Times” è forse più interessante, grazie alla presenza di numerosi ospiti a dare colore e movimento, rispetto a “Good Luck“, che rimane, questo sì, un vero e proprio disco di transizione.

Prima di dirsi addio, c’è ancora il tempo per “Del tutto illusorio” (2021), un EP composto da un’unica lunga traccia che si ispira alle suite degli anni ‘70, mescolando space ambient, post-rock e library music. Un’ultima sparata, forse necessaria più ai Giardini di Mirò stessi che a chiunque altro, ma comunque un bel modo per chiudere il cerchio ed entrare a testa alta nel tunnel della vita: “Ci sembra che, a quanto pare, qualcosa di bello lo abbiamo fatto. Non solo per le nostre vite, ma anche, incredibilmente, per quelle persone che ci han seguito ai concerti, ci hanno fatto sentire la loro presenza, fatto foto, scritto recensioni e, naturalmente, comprato valanghe di dischi”. 

Alla fine di tutto, rimane poi un po’ di amarezza ulteriore, perché se agli inizi del millennio realtà come i Giardini di Mirò ci avevano fatto sperare in un futuro musicale senza confini, oggi quella stessa speranza per il panorama italiano sembra più lontana. Ma questa è un’altra storia.

Foto: Simone Mizzotti

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