Eard – Melancholia
Recensione del disco “Melancholia” (Avantgarde Music, 2024) degli Eard. A cura di Lorenzo Luzi.
Nel vastissimo panorama musicale odierno, il genere del Metal e dei suoi derivati è sicuramente quello meno incline alle contaminazioni (anche perché queste sono ormai praticamente state provate tutte), e sembra quasi inevitabilmente una musica relegata al passato. Se prendiamo poi un sottogenere di nicchia come il Black, che più di tutti (insieme al thrash) risente della mentalità del “purismo”, diventa sempre più difficile trovare un disco, a quasi un quarto degli anni 2000, che non suoni già come risentito più e più volte. “Melancholia” è il secondo album del duo italiano Eard, che già dal primo album “De Rerum Natura“ si muove in territori folk ed ambient ispirati alla cultura Anglo-Sassone e dello spiritismo naturale.
Come per il loro esordio, anche in questo lavoro gli Eard si avvalgono della collaborazione di Andy Marshall dei Saor e della multistrumentista Déhà, riuscendo a sfornare un album poco sopra i 40 minuti con solamente 6 tracce, delle quali solamente la prima, Idyll, ha la funzione di introduzione strumentale, che introduce immediatamente uno degli strumenti cardine del disco: l’arpa celtica. Le composizioni, tutte sopra i 7 minuti se non per l’intro e per la calma Elegy I dai quasi 6, danzano tra la cattiveria abrasiva ed emotiva delle sezioni black e le melodie eteree delle parti più ambient, in cui anche le due voci dei nostri fan parte di uno continuo yin e yang sonoro.
La compattezza dell’opera, che non perde di vista mai il suo obiettivo, può essere un pregio così come un difetto, perché se da una parte gli Eard sembrano conoscere molto bene il loro pubblico (fan di un certo tipo di folk-black che parte da Burzum per arrivare agli Amiensus), dall’altra questo disco fa sicuramente poco per chi non è avvezzo al genere. Siamo quindi nei lidi di un buon disco di genere, in cui trasuda tutta l’emotività gotica che i nostri hanno voluto imprimerci; lo scream è davvero sofferente ed è praticamente impossibile rimanere a determinati passaggi, come nella conclusiva title-track che sfocia anche in arrangiamenti epici.
Certo è che non siamo però davanti a qualcosa che potrebbe cambiare le sorti del genere – come poteva essere per i due splendidi dischi dei Progenie Terrestre Pura – ma solo a due ottimi musicisti che fanno quello che più sentono vicino al loro gusto.
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