Giargo – Boxe

Recensione del disco “Boxe” (47011 Records, 2024) di Giargo. A cura di Riccardo Frolloni.

Un boccone d’Italia sudata e malinconia. Ordiniamo un cocktail, fresco, alcolico, mediterraneo ma con un retrogusto esotico, una spruzzatina di funk brasiliano, un invito non proprio a “buttarsi nella mischia” ma piuttosto a restare sul bordo della pista, a osservare con distacco quella fauna del sabato sera fatta di chiacchiere vuote e pose da quattro soldi. Boxe non cerca di farsi amico nessuno, e forse proprio per questo è un album che si fa ascoltare con gusto.

Giargo – foggiano di nascita, bolognese d’adozione – fa musica sprezzante ma mai sgarbata, di chi guarda la realtà con una punta di scetticismo. La traccia che dà il titolo all’album è un colpo secco alla bocca dello stomaco di ogni chiacchierone autoreferenziale. Siamo troviamo in piazza, un microcosmo di biografie raccontate male, e il protagonista (cioè, noi tutti) si becca un K.O. emotivo non tanto dall’alcol quanto da quel mormorio incessante di conversazioni posticce. “Sabato prossimo, non esco,” borbotta, in un atto di resa che è quasi una dichiarazione di guerra.

L’album si presenta in due atti. Se il lato A è tutto funk-jazz e bossanova sorniona, con melodie da calzoncini corti e infradito, nel lato B l’album si addentra in territori più misteriosi e amari. Malinconij e Miracolo giocano con un fusion-jazz alla Donald Byrd, strizzando l’occhio al soul-funk anni ’70 e lasciandosi ispirare dai paesaggi più cupi e appiccicosi della provincia italiana. L’atmosfera poi cambia e si fa più rarefatta, echi alla malinconia vibrante di Hancock e Weather Report. È la musica delle giornate di pioggia, delle strade vuote che scorrono lente, delle storie che rimangono sospese a metà.

Con Piaggio, Giargo ci teletrasporta in una Liguria assopita, tra la terrazza di una fabbrica dismessa e le onde del mare, come in una scena da cinema d’autore. È un brano che racconta una provincia un po’ disillusa, fatta di tramonti ingialliti e profumo di basilico, dove anche il tempo sembra respirare a un ritmo lento di sogni alcolici e mezze verità. “Il sogno di un’isola di ragazze e silenziosa serenità,” canta in Crescere, e ci trascina in un universo immaginifico, tra film d’autore e vecchie Kodak, dove l’amore e la malinconia si intrecciano senza eccessi. Giargo non si scomoda a trovare il lato epico di questi scorci di provincia, ma li dipinge con un piglio disincantato, come se fossero appena usciti da un film di Moretti o da una canzone di Battisti. E lo fa accompagnato dalla sua band, i Baia Zaiana (Francesco Bressan, Federico Franciosi, Giacomo Grande, Roberto Panarotto, Zeno Merlini, Riccardo Dalle Vedove), che si immergono tra fiati e chitarre morbide, strizzando l’occhio a quel funk italiano battistiano che non perde mai il fascino.

Tra le chicche dell’album spicca Buonasyra, dove Sud è filosofia di vita: non cedere all’ansia, prendere le cose con calma e godersi una birra in compagnia. Mentre flauti e fiati bossanova riempiono l’aria, ci regala un ritornello che suona come un motto irriverente, un “pap-pe-ro” che è insieme una risata di scherno e un invito alla meravigliosa semplicità.

Il cuore di questo album, però, sta nell’atmosfera da jazz-club consumato e svogliato che Giargo e la band costruiscono con apparente nonchalance. La loro non è una “cover” della canzone italiana: è piuttosto una dedica scanzonata, un jazz-funk rilassato alla Azymuth a fare da colonna sonora a una serie di macchiette di provincia.

E poi c’è Materassi, il brano che chiude l’album, un po’ d’intimità dopo tante allucinazioni. Ci trascina nel suo rifugio bolognese, ci invita a salire “al quarto piano di via Fondazza 40 a Bologna”, su un materasso circondato da vinili polverosi e luci soffuse, e ci invita a lasciare che tutto scivoli via. È una specie di “buonanotte” che non ha bisogno di troppe spiegazioni, ma che trova nel tocco leggero della musica e senza pretenziosità la sua forza: come se il vero lusso fosse in quella pacatezza.

In fondo, “Boxe“, prodotto e distribuito da 47011 Records, è l’incontro di chi non si accontenta delle definizioni rigide, che preferisce una passeggiata fuori dai soliti percorsi. Giargo e i Baia Zaiana ci regalano un universo in cui c’è spazio per un’umanità autentica, leggera. E mentre l’album si chiude, ci rimane in mente un “buonasyra” un po’ beffardo, come a dire: “torna pure, qui è casa”, quel posto dove la semplicità, quando è ben suonata, non passa mai di moda.

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