Cesare Cremonini – Alaska Baby
Recensione del disco “Alaska Baby” (Universal Music Italia, 2024) di Cesare Cremonini. A cura di Angela Denise Laudato.
Sapevate che durante l’apparizione di un’aurora spesso si possono udire dei suoni elettrofonici? Simili a sibili, di cui ancora oggi non si conosce esattamente la causa, queste emissioni radio nella banda VLF sono note col nome di “aural chorus”, convertibili in audio mediante l’impiego di un apposito ricevitore. E sapevate che il suono ottenuto assomiglia incredibilmente ad un coro di uccelli?
Ecco, se dovessi racchiudere in un’immagine il nuovo disco di inediti di Cesare Cremonini, probabilmente non saprei trovare immagine migliore di un coro di uccelli in volo, o di luminose aurore danzanti sospese nel buio.
A due anni e mezzo da “La Ragazza del Futuro”, il nuovo album del cantautore bolognese, ottavo in studio, si impone “vitale come un disco d’esordio“, attraverso un viaggio tra le note della musica e i meandri del proprio io interiore. Lo stesso Cesare ha ribadito in più occasioni che in “Alaska Baby” si consacra quella che è a tutti gli effetti una rinascita della sua carriera e, soprattutto, della sua natura di uomo.
“Alaska Baby” è un album nato al confine, dove il tema della rinascita lega a un filo tutti i brani in esso contenuto, tra atmosfere groove, elettronica e nostalgiche reminiscenze anni Settanta. La redenzione, il perdono, la ricompensa, tutto passa attraverso il coraggio di amare, qualcosa che inevitabilmente sentiamo di meritare ma che ci affanna e spaventa. Tutti, dentro di noi, in fondo, percepiamo il bisogno di una rinascita. Dalla storia vera e profonda da cui trae ispirazione il disco, nascerà un documentario, il 18 dicembre, su Disney+, che attraverserà le tappe fisiche ed emotive compiute da Cremonini.
Per quanto riguarda la cover del disco, in tutta la sua purezza e i suoi colori luminescenti è il simbolo perfetto del nuovo progetto del cantautore, concettualizzato in grafica: il bianco della neve dell’Alaska fa da sfondo, scevro di qualunque superflua scritta, al centro due cerchi che si fondono, quasi a formare il simbolo dell’infinito, ispirati al “Memoriale Brion” dell’architetto e designer Carlo Scarpa, in quello che appare l’incontro e l’unione eterna di due opposti, in un’unica anima.
Il disco è composto da dodici tracce per circa cinquantatré minuti. Si parte con la title track, che sin da subito pone luce sull’intero concept dell’album: c’è bisogno di perdersi per potersi ritrovare: “Mentre noi dormiamo, che ore sono ad Hong Kong? / Me ne voglio andare a perdermi nel mondo”. Il brano ha un sound grandioso, vitale, lontanissimo da quello che è il panorama musicale contemporaneo, già nel suo incipit impreziosito da numerosi riferimenti alle distese e ai simboli dell’America. Da New York (cfr. l’indimenticabile La nuova stella di Brodway) e le sue promesse d’amore ci troviamo catapultati in Alaska nelle sue nevi, uno luogo magico così lontano, ma che sembra vicinissimo nell’immaginario. Segue l’unico brano lanciato in anteprima a settembre, Ora che non ho più te, e la narrazione di una storia finita (si segnala la co-scrittura con lo storico collaboratore Davide Petrella aka Tropico, che ha lasciato la sua fertile penna in più parti del disco). Ballad che ci esorta a ricominciare, ma che non nega la possibilità di un ultimo ballo, anche se la musica è finita: “Spegni le luci della città / Così che il cielo si illumina / Balliamo un’ultima volta, ma / È già finita la musica” – canta Cesare accompagnato da un sound anni Ottanta, un po’ elettronico, un po’ virus malato, un po’ techno.
La terza traccia è la prima featuring presente nel disco. Aurore Boreali è un incontro a due voci tra Cremonini e l’eterea Elisa, presente anche nei cori della successiva Ragazze facili, espressione di quell’assurda e contrastante sensazione del desiderio di volersi lanciare nel vuoto e la paura di farlo. Le note creano un’atmosfera di attesa e, al contempo, di speranza: “Però mi stavo solo perdendo / Cercando un po’ troppo a lungo, troppo a lungo / Dovremmo fare cose normali, tornare a stringerci le mani / Dirci quello che abbiamo dentro e non rimpiangere il domani / Lo sai, i tuoi occhi hanno i colori delle aurore boreali / Forse in fondo all’universo c’è la pista di un locale”. A seguire l’ipnotica Dark Room, impreziosita dalla collaborazione col pianista statunitense Mike Garson, storico collaboratore di artisti come David Bowie e i Duran Duran. Il sound è cupo, serrato in un continuo crescendo che esplode sul finale che sembra risucchiarti in un buco nero, fuori dallo spazio e dal tempo: “siamo ancora in tempo / (Su, andiamo) la vita inizia adesso (andiamo) / Se muoio, fa lo stesso e non importa il resto / (Su) andiamo, andiamo, andiamo / Nella dark room”.
A metà tracklist troviamo la vetta più alta dell’intero disco, con la featuring emotiva con Luca Carboni. I due cantautori bolognesi fondono le loro voci in San Luca, facendoci volare fino ai tetti rossi di Bologna e al suo santuario, raggiungibile passeggiando (e perdendosi) tra i suoi oltre seicento archi. Lucio Dalla diceva che Bologna è una città talmente accogliente che sembra abbracciarti. E sembra essere avvolti proprio da un abbraccio ascoltando quella che è a tutti gli effetti una poesia in musica, mentre con la mente sei lì, a passeggiare proprio verso San Luca: “Capita anche a te / Di camminare giorni interi, interminabili / E sprofondare nei pensieri / Abbandonata a desideri inconfessabili? Sì / Capita anche a te / Di continuare ad aspettare i suoi miracoli? / Io, come te, non li so fare / Ma poi è bellissimo sperare che non sia tutto qui, sì / Capita anche a te?”.
Un’alba rosa è un altro piccolo miracolo, un affresco di note e parole che nasce alle prime luci del sole, sfumate di rosa, dopo una notte interminabile: “Sottovoce entrare in punta di piedi nei tuoi pensieri / Per non disturbare l’immensa bellezza dei tuoi desideri / Che alle parole d’amore piace uscire di notte quando non le vedi / E fuori è un’alba rosa che ci accarezza i piedi” – sussurra Cesare sul finale, nostalgico e struggente. L’ottava traccia, cambia andatura al disco, aprendo un trittico ritmico, leggero ed elettronico formato da Streaming, Limoni e Il mio cuore è già tuo, in collaborazione con i Meduza, nome d’arte dei produttori italiani Simone Giani, Luca De Gregorio e Mattia Vitale.
Il profumo di un fiore senza nome, quello dei limoni che racconta l’estate, e quello degli abitanti della luna, lasciano il posto alle ultime tracce, impregnate di poesia e bellezza. Una Poesia è la descrizione di quel viaggio emotivo che porta ad innamorarsi, tra attimi quotidiani e sentimenti: “Ma in quella poesia scritta con le sue mani / Che dice: “Anima mia, ti prego, donami le tue mani” / C’è una magia e tu già senti che lo ami”. Acrobati chiude il disco con una magia di piano, voce e archi: “Noi sospesi / Senza scarpe ai piedi / Fogli bianchi appesi / Senza età” – canta Cesare in quella che sembra una preghiera, una supplica a tentare ancora, nonostante tutto, di rimanere ancorato a quell’equilibrio instabile tipico dei funamboli.
“Alaska Baby” di Cesare Cremonini è un viaggio interiore di archi e brillanti raggi di luce sopra la superficie terrestre, che si estende lungo tutto il suo campo magnetico, per centinaia di chilometri, o, potremmo dire, per circa un’ora di musica che proprio come l’aurora boreale, ci lascia col naso all’insù, pieni di quello stupore bambino che fa bene al cuore.
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