Soccer Mommy – Evergreen
Recensione del disco “Evergreen” (Loma Vista Recordings, 2024) di Soccer Mommy. A cura di Eros Iachettini.
Forse non sarà esattamente quello che Sophie Regina Allison, vero nome di Soccer Mommy, ha vissuto nell’ultimissimo periodo della sua vita, ma, come la sua ultima produzione sembra comunicare, la fase post-adolescenziale e relativamente immatura della sua vita comincia ad allontanarsi, sente più suo un accumularsi di eventi che normalmente stravolgono la vita dei giovani adulti.
L’artista, ora ventisettenne, non è più la studentessa del college di New York che scriveva le canzoni di “Clean” (2018), e che avrebbe di lì a poco abbandonato gli studi per tentare la carriera di musicista e autrice. Elabora fin da subito un animo artistico molto tendente alla musica pop, sebbene mescolato con il cantautorato contemporaneo e la musica rock, ed è con “Color Theory” (2020) che effettivamente trova una posizione crescente da parte del pubblico, e la sua musica comincia a girare a livello internazionale. Se con “Sometimes, Forever” (2022) Sophie sostanzialmente conferma e avanza le ispirazioni dell’album che lo ha preceduto, ora comincia a sentirsi una ragazza in grado di ragionare diversamente, che percepisce il passare del tempo e perciò ripesca, prova a congiungere il filtro alla base della sua opera e la sua attuale esperienza.
“Evergreen” (2024) esce allo scoperto come una congiunzione di tutto questo: se qui ci sono canzoni legate al periodo passato di Allison come musicista (Changes), altre sono un chiaro avanzamento nella personalità e nelle tematiche care all’artista (Driver). Anche la stessa copertina del disco, che ritrae l’autrice sulle sponde di un corso d’acqua nei luoghi che frequentava da piccola mentre guarda in un campo esterno, fuori dalla visione dello spettatore, sembra la proposta di una ricerca dell’altrove, con un velo di nostalgia che emerge dalla monocromia della foto. Lo stile di un cantautorato grunge e alternativo, appartenente soprattutto agli anni di “Color Theory”, comincia ad accogliere melodie più tenui, arrangiamenti con elementi orchestrali e un modo di interpretare la musica più riflessivo.
Perno centrale è sicuramente l’amore, che motiva da sempre Soccer Mommy a suonare ed esprimersi, e permea la quasi totalità dei brani: lei inneggia, nello stesso tempo, a un sentimento triste (Lost, M, Salt in Wound), a un sentimento di sacrificio e rivalsa (Driver), a una visione di dolcezza e tranquillità (Some Sunny Day, Thinking of You). Dall’amore come impianto concettuale principale, si va a toccare anche da vicino l’idea di cambiamento, che, in un disco dove la Allison ripercorre parte del proprio percorso come artista, è presente e vivido; le canzoni scritte di pugno dalla Allison e prodotte insieme a Ben Allen III (produttore negli anni di Animal Collective, CeeLo Green, Gnarls Barkley e molti altri) esprimono l’intensificarsi delle esperienze vissute, con l’occhio di una ragazza che fa del proprio pensiero intimo la sua armatura e il suo habitus da narratrice. Riescono anche a farsi spazi dolci tributi personali dell’artista, come Abigail, che omaggia un personaggio del gioco Stardew Valley.
Laddove si vede l’inserimento di fiati (M) o archi (Evergreen), non manca la presenza delle tonalità più noir che incidono sporadicamente alcuni brani, in particolare Anchor. La title track conclude simbolicamente il disco, che carica in maniera univoca le tematiche cardini di quest’ultima produzione.
“Evergreen” prova a congelare un tempo, a volte un istante, che lega ciò che è caro alla musica di Soccer Mommy, alla sua scrittura, e infine alla sua direzione da musicista. Sebbene non innovi granché nell’idea e nelle strutture (forse non c’è stata neanche la volontà intrinseca di farlo), siamo di fronte a una produzione sicura, confortevole, che chiunque adori la musica prodotta della ventisettenne di Nashville non si troverà deluso o sgomento, ma verrà anzi abbracciato dai rami sempreverdi dell’artista, che qui celebra i suoi sentimenti e la sua intimità.
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