Electric Eye – Dyp Tid

Recensione del disco “Dyp Tid” (Fuzz Club Records, 2024) degli Electric Eye. A cura di Alessandro Piccin.

Gli Electric Eye sono una band norvegese originaria di Bergen e attiva dal 2012, nota per la capacità di fondere con maestria elementi psichedelici a drone e space-rock. Dopo essersi fatti conoscere con il singolo di debutto Tangerine e l’album “Pick-up, Lift-off, Space, Time” nel 2013, il quartetto – composto da Øystein Braut (chitarra e voce), Njål Clementsen (basso e voce), Anders Bjelland (tastiere) e Øyvind Hegg-Lunde (batteria) – ha continuato a esplorare nuovi territori musicali con i successivi album “Different Sun” (2016), “From The Poisonous Tree” (2017) e “Horizons” (2021), creandosi un discreto seguito e cementificando la propria reputazione nella scena psichedelica internazionale.

Con il loro quinto album, il secondo per l’inglese Fuzz Club Records, i norvegesi si spingono decisamente più lontano del previsto, abbracciando un suono sperimentale e atmosferico, totalmente cinematografico, costruito intorno a una strumentazione analogica e vintage. “Abbiamo cercato il suono delle profondità del tempo, qualcosa che sembrava infinito e incontrollabile” spiega Øystein Braut, il che è apprezzabile, specialmente in un’epoca dove tutto sembra algoritmico e prevedibile. Un lavoro davvero ambizioso, dunque, che prende forma in seguito a una performance live della band presso la suggestiva Skåre Kirke, una chiesa di legno ottagonale risalente al 1858, in occasione del Sildajazz Festival di Haugesund nel 2022.

Le sei tracce di “Dyp Tid” – che traduce letteralmente in “tempo profondo” – si servono di organi, sintetizzatori e voci corali per dare vita a paesaggi sonori densi di atmosfere minimaliste, improvvisazioni kosmische e accenti psych-jazz. Ottime sia l’opener Pendelen Svinger, che ci trasporta in un viaggio cosmico non lontano da quello dei “vicini” Dungen, che la successiva Octagon, le cui atmosfere inquietanti rimandano alle composizioni di Angelo Badalamenti per l’iconica serie Twin Peaks (ebbene sì, siamo ancora in lutto per la scomparsa di David Lynch). Degne di nota anche Mycelium, un curioso viaggio mistico di quasi 15 minuti tra spoken word e influenze pseudo-tropicali, e la conclusiva Hvit Lotus, le cui raffinate melodie orchestrali accompagnano la discesa del sipario con introspezione e meraviglia.

Dyp Tid” segna senza ombra di dubbio una nuova fase evolutiva per i mai domi Electric Eye, che si spingono con audacia verso lidi sempre più creativi e cinematografici, infischiandosene di tutto ciò che non sia legato all’autenticità e alla ricerca. “Volevamo creare qualcosa che si rifiutasse di essere racchiuso in una scatola, qualcosa che vivesse e respirasse secondo le proprie regole” spiega Øystein Braut. Mettiamola così: non un album per pochi, ma nemmeno un album per tutti.

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