Magdalena Bay – Imaginal Disk

Recensione del disco “Imaginal Disk” (Mom+Pop, 2024) dei Magdalena Bay. A cura di Davide Bonfanti.

I Magdalena Bay – al secolo, il duo losangelino formato da Mica Tenenbaum e Matthew Lewin – sono tra i più compiuti esponenti di una tendenza ormai piuttosto consolidata nel mondo musicale – o perlomeno in certe sue frange molto vaporose (nel senso di vaporwave): mostrare una sensibilità squisitamente, terribilmente, completamente pop, al tempo stesso sfruttandola per incastonarvi al suo interno le proprie stravaganze musicale. Quello che ne nasce è un pendolo costante tra il poter far sculettare persino le più normie tra le casalinghe di Voghera, e l’essere il più feroce atto di solipsismo acustico mai concepito. 

L’aver non solo accettato, ma soprattutto imparato a sfoggiare questo tratto è la radice che sta alla base del loro nuovo “Imaginal Disk”, un disco che è forse l’epitome di questa fruttuosa e consapevolissima dissociazione. Credo che la miglior similitudine per descrivere l’esperienza di ascolto sia ricordarci di Winnie The Pooh, e della sua tendenza a incastrarsi negli amati vasi di miele pur di poterne assaporare il ghiotto contenuto. Ecco, ciascuna delle canzoni di “Imaginal Disk” è un gigantesco vaso di miele, dolcissimo e appiccicoso, nel quale finire inevitabilmente intrappolati. Una sensazione di sublime godimento, quindi, ma perennemente accompagnata da una sottile e irrequieta scomodità – dopotutto, ritrovarsi prigionieri di un vaso, per quanto squisito il suo contenuto, non è certo la situazione più normale del mondo. Alcuni esempi? Killing Time un funk tutto glassa e melassa che nell’accelerata finale rivela la sua incontenibile nevrastenia; o il synth pop di Vampire In The Corner, che senza farci troppo caso ci costruisce intorno una progressione ruffianissima e adorabile, che nello straniante falsetto di Tenenbaum trova il suo apice.

E tuttavia, questa è esattamente l’intenzione dei Magdalena Bay: attirarci nelle loro zuccherose grinfie per poterci riversare addosso la loro eccentricità più autentica, incuranti di qualsiasi forma di giudizio. Del resto, anche il concetto che anima il disco è un invito ad accogliere la propria weirdness, passaggio indispensabile per raggiungere una piena umanità. La vicenda di True – alla quale viene impiantato un disco capace di renderla la versione migliore di sé stessa, finendo però col rigettarlo e dovendo conseguentemente reimparare ad essere umana – altro non è che un invito a raggiungere la necessaria accettazione di tutte le proprie caducità, difetti, stranezze e quant’altro: soltanto così si può sperare di potersi veramente mostrare agli altri senza sacrificare ciò che si è. E questo i Magdalena Bay lo hanno capito molto bene.

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