Franz Ferdinand – The Human Fear
Recensione del disco “The Human Fear” (Domino, 2025) dei Franz Ferdinand. A cura di Chiara Crisci.
I Franz Ferdinand sono tornati! Lo si può gridare a gran voce fin dalle primissime note, fin dall’adorabile intro della prima traccia, annunciata dalla voce fuoricampo del frontman: “Alright, here we go with riff one”.
Riconoscibilissimi, divertenti, ironicamente scanzonati, adorabilmente retrò e fuori moda, dandy malinconici e snob al punto giusto, talvolta, riflessivi e a tratti oscuri, quasi sinistri, sempre sfacciatamente spavaldi, charmants, persino sexy. Audaci, come al solito.
Anche se la formazione ormai non è più quella dei gloriosi esordi, nei primi anni 2000, la sensazione è che l’ormai quintetto indie rock scozzese, composto da Alex Kapranos (voce e chitarra, 2002 – presente), Bob Hardy (basso, 2002 – presente), Audrey Tait (batteria, 2022 – presente), Dino Bardot (chitarra e cori, 2017 – presente) e Julian Corrie (tastiere, chitarra, cori, 2017 – presente), abbia saputo mantenere intatto il sound accattivante e l’identità dei lavori di vent’anni fa.
Sesto album in studio, prodotto con Mark Ralph, che aveva già collaborato a “Right Thoughts, Right Words, Right Action” (2013), “The Human Fear”, che giunge dopo una lunga pausa (il loro ultimo album di inediti, “Always Ascending”, risale al 2018!), vede snodarsi 11 brani, uno più coinvolgente dell’altro che procedono in una climax ascendente di energia e profondità che non stanca mai un secondo, fin dal primo ascolto, e ti fa venire una voglia impellente di sentirlo suonare dal vivo, cantarlo, viverlo, magari al Fabrique il prossimo 25 febbraio, se solo la data non fosse già sold out.
Come sempre, i Franz Ferdinand curano nel dettaglio ogni aspetto di un progetto, a partire dall’artwork che rispecchia l’estetica raffinata e pop art che li contraddistingue: la copertina di questo ultimo lavoro, in particolare, è ispirato all’autoritratto dell’artista ungherese Dóra Maurer, intitolato “Seven Twists I-VI”, di cui mima fedelmente colori e struttura.
Il fil rouge che lega insieme i frammenti di questo album, quasi un concept (anche se ad Alex non piace definirlo in questi termini; cfr. intervista a Rolling Stone), è la paura, forza motrice dell’azione umana, che spinge all’audacia e a bere la vita fino all’ultimo sorso, che impone di essere guardata fissa negli occhi e affrontata a viso aperto senza esclusione di colpi. La paura non ha forse come altro risvolto della medaglia il coraggio?
“Realizzare questo disco è stata una delle esperienze più piene di entusiasmo che abbia mai avuto, ma si chiama The Human Fear. La paura ti ricorda che sei vivo. Penso che siamo tutti dipendenti in qualche modo dal ronzio che può darci. Il modo in cui rispondiamo mostra quanto siamo umani. Quindi ecco un mucchio di canzoni che cercano il brivido di essere umani attraverso le paure”, spiega Alex Kapranos.
Questo leitmotiv è chiarito immediatamente dalla traccia n. 1, primo singolo estratto, Audacious – il videoclip è diretto dallo storico collaboratore della band, Andy Knowles, e girato al Barrowlands di Glasgow – che chiarisce subito: So don’t stop feeling audacious. Il brano dal riff frenetico è spiegato da Kapranos con queste parole: “Si tratta di avere una risposta audace quando senti che il tessuto dell’esistenza si sta sfilacciando attorno a te. Essere coraggiosi, contrari”. In una recentissima intervista a Rolling Stones, il frontman, ribadendo che la dicotomia paura vs audacia, intimamente legate e connaturate alla vita umana quotidiana, accomuni molti pezzi, ha aggiunto: “Niente può farti sentire più vivo della sensazione incombente di paura, così come specularmente niente può paralizzarti di più dell’esserne travolto. Arrendersi all’angoscia è la sconfitta definitiva. Le paure fanno parte dell’esperienza umana. Paura del futuro e dei cambiamenti, che è ciò di cui parla Hooked. Paura di essere giudicato da chi ti sta attorno, come in The Birds. O quella di essere ospedalizzato, che è il tema di The Doctor, mentre Night or Day è incentrata sulla paura di perdere chi ami.”
Esemplificativo dell’accidia scaturita dalla paura è, in Every Daydreamer, il joyciano protagonista confuso e paralizzato, incapace di afferrare i suoi sogni, ma indisposto a lasciarli andare. Una condizione analoga pervade The Doctor, che racconta di un paziente che non vuole lasciare il suo letto d’ospedale, essendosi abituato alle cure e alle attenzioni che riceve. Se la paura può, dunque, paralizzare, rendendo incapaci di reagire e agire, ha più senso un percorso di accettazione, per assurgere al suo superamento a cui “The Human Fear” vuole condurci. A fronte della lucida autopsia condotta sulle paure più intime dell’uomo, i brani presentano sonorità e un mix di stili antitetici alla cupezza dei testi, dal pop vivace dominato dai synth al rock dei trascinanti riff di chitarra, alla ballata travolgente di pianoforte e archi. Così accade, ad esempio, in canzoni come Bar Lonely che fotografa un bar nel quartiere Golden Gai di Tokyo, in cui trovare conforto e oblio nell’alcool per allontanare la solitudine, e Tell Me I Should Stay in cui Kapranos teatralmente si abbandona aimplorare l’amata(“Kiss me while I’m still here / Come on hold me kiss me … Tell me I should stay here.”), tracce che guardano al glamour anni ‘70. Analogamente, la riuscitissima Hooked, se da un lato avverte “Everybody here, got the human fear”, dall’altro si avvale di venature elettroniche di synth che stupiscono e ipnotizzano.
Black Eyelashes, il brano più autobiografico del frontman che racconta di un suo viaggio in Grecia per riconnettersi con le sue radici familiari greche per parte paterna, conserva, invece, un sapore e un fascino mediterraneo e balcanico. Del tutto trascinante è Build it Up, in cui il suggerimento è ad aprirsi, condividere; Night or Day, in un’atmosfera glam-pop vintage, ricorda che la vita non sarà mai facile, ma sarà decisamente più tollerabile insieme alla donna che si ama (“Life never gonna be easy / But if you’re living it with me / We’re gonna live it up, night or day”). Portano il marchio distintivo stilistico della band anche Cats sulla natura interiore felina e indomabile dell’individuo e The Birds che chiude l’album.
Ecco, non possiamo forse gridarlo a gran voce? Sì, sembra proprio che i Franz Ferdinand siano finalmente tornati più in forma che mai! E noi avevamo assolutamente bisogno di loro e che ci facessero ballare di nuovo, come negli ultimi anni Zero, nei quali ci ricatapultano con un battito di ciglia, tanto che sembra quasi che tutte le paure che abbiamo attraversato negli ultimi tempi non ci avessero mai (ancora) scalfito. Che meraviglioso incanto la musica, no? Ci fa anche viaggiare nel tempo!
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