Dieci canzoni più una per riprendere fiato e cantare i The National
Raccontare la sterminata produzione dei The National è impresa ardua, abbiamo scelto una canzone per ogni album, e con esse un ricordo, una sensazione.

Tornerà un modo sensato di prendere fiato e cantare solo i The National
Gli indifferenti (“Coolturale”, 2021), La Scapigliatura.
La storia d’amore della generazione dei trentenni malinconici di oggi con i The National comincia da molto lontano, almeno da quando, negli ultimi anni ‘90, Matt Berninger (voce), i gemelli Aaron (polistrumentista: basso, chitarra, piano, batteria) e Bryce Dessner (chitarrista) e i fratelli Scott (basso e chitarra) e Bryan Devendorf (batteria) cominciano a suonare insieme. La mia personalissima storia d’amore per questa band, invece, comincia, quando scopro questi sconosciuti dall’Ohio, grazie a Peyton Sawyer, tormentata cheerleader della squadra di basket dei Ravens di Tree Hill, amante dell’arte e della musica indie rock, oltre che di Lucas Scott (cfr. One Tree Hill, serie Tv dal 2003 al 2012). Fin da quel colpo di fulmine, mi hanno accompagnato, nelle cuffie, in viaggi fisici ed emotivi, spesso come colonna sonora di mille e mille passi per le strade solitarie e grigie di Napoli.
Dato che raccontare la loro sterminata produzione è impresa ardua, sceglierò una canzone per ogni album e un ricordo o una sensazione dalla mia collezione privata.
Anna Freud, “The National” (Brassland Records, 2001)
Dopo primi progetti separati (Matt e Scott formano la band Nancy, i fratelli Dessner e Bryan Devendorf quella dei Project Nim), i nostri ragazzi di Cincinnati, si trasferiscono a Brooklyn e, nel 1999, danno vita ai The National, che iniziano a esibirsi nei club newyorkesi in concerti gratuiti la domenica sera, continuando a lavorare nei giorni feriali. L’omonimo album d’esordio, pubblicato con la label indipendente (a conduzione familiare dei fratelli Dessner) Brassland Records, nel 2001, non segna ancora la svolta: la band già dimostra capacità compositiva e facilità nel songwriting, ma l’approccio è ancora quello semi dilettantistico di ragazzi di provincia trapiantati nella metropoli, senza troppe pretese, che non rincorrono fama e affermazione, ma cercano solo sé stessi. Gli arrangiamenti restano essenziali, manca quell’eleganza un po’ dandy, cifra stilistica dei lavori più riusciti. Tra le melodie già dal sapore decadente, c’è Anna Freud.
Lucky you, “Sad Songs forDirty Lovers” (Brassland Records, 2003)
Il secondo disco abbandona il suono più acustico del debutto, per arrangiamenti più complessi e una propensione a toni più cupi. Lucky You, tra i pezzi più lenti e arrendevoli del disco, suona definitivo e risolutivo, di una fase della vita o di una giornata qualunque. Per i The National segna anche la fine di un primo capitolo nella storia artistica.
Mr. November, “Alligator” (Beggars Banquet, 2005)
Passati alla Beggars Banquet, la band comincia a farsi notare dalla critica ed ampliare la propria fan base, ridefinendo pian piano un sound riconoscibile e una gamma di onnipresenti tematiche e tonalità emotive, dall’insicurezza alla solitudine, da una dolente e compiaciuta malinconia al cupo smarrimento del nostro tempo, e una galleria di personaggi marginali e marginalizzati. Tra questi c’è Mr. November, un uomo solo, in preda al rimpianto e all’ansia per il futuro, destinato alla sconfitta. La traccia, che allude alla disfatta del democratico John Kerry alle elezioni presidenziali del 2003, denota anche l’interesse politico della band, che non manca di schierarsi in più occasioni.
Fake Empire, “Boxer” (Beggars Banquet, 2007)
Fake Empire appare nella sequenza finale del primo episodio della quinta stagione della sopracitata serie Tv, in cui i protagonisti, quando sentono il mondo sgretolarsi intorno, si ritrovano nel loro posto del cuore, il campetto di basket di River Court, a molti anni di distanza. Ma “Boxer” non è solo materiale da soundtrack per una serie tv di successo, anzi! Molto probabilmente rappresenta il disco con cui i The National si aprono ad un respiro sempre più ampio per raffinatezza e ad una maturità stilistica e testuale che permette loro di imporsi come realtà a livello internazionale.
Bloodbuzz Ohio, “High Violet” (4AD, 2010)
La prima immagine che lego al quinto album dei The National è il videoclip in bianco e nero di Bloodbuzz Ohio, brano dalla ritmica irresistibile, diretto da Hope E. Hall, Andreas Burgess e la moglie di Berninger, Carin Beser, in cui Matt nel suo completo elegante scuro e il suo trench doppiopetto, si divide tra un piccolo palcoscenico e le strade di una New York solitaria, grigia e paranoica, un po’ come mi è apparsa Napoli, per molti anni della mia vita, mentre camminavo con la mia musica triste preferita nelle orecchie.
I Need My Girl, “Trouble Will Find Me” (4AD, 2013)
Non c’entra nulla col disco e con il significato della canzone, ma il primo ricordo che ho quando riascolto I Need My Girl è un’immagine precisa di me che con caparbia e fatica combatto contro i miei stessi limiti in un periodo di grande difficoltà, in cui la ragazza della canzone diventa la me del passato per quella del presente, che implora il suo ritorno in una fase in cui ho seri problemi a ritrovare me stessa, mentre i guai, invece, mi trovano sempre.
The System Only Dreams In Total Darkness, “Sleep Well Beast”(4AD, 2017)
Fotografia di una società sull’orlo del disfacimento, abbandonata al buio, impossibilitata a uscire dal labirinto di incertezze e inquietudini in cui si è persa, “Sleep Well Beast” sperimenta, lasciandosi sedurre anche da sonorità più elettroniche come nell’accattivante The System Only Dreams In Total Darkness in cui l’assolo nervoso di chitarra elettrica si accompagna al drumming travolgente e all’eleganza del piano. Suona di smarrimento, di incomunicabilità.
Light Years, “I Am Easy to Find” (4AD, 2019)
A vent’anni dal primo disco, i The National cambiano pelle, si aprono a nuove esperienze, ma confermano la classe e uno stile inconfondibile con chitarre sobrie, raffinata presenza del piano, mai invadente, e ritmica incalzante. Insieme al regista Mike Mills, lavorano a “I Am Easy to Find” e vi affiancano un cortometraggio con protagonista l’attrice svedese premio oscar, Alicia Vikander, presente anche in copertina. Matt Berninger lascia inedito spazio in molte tracce a una serie di co-vocalist donne, tra cui Sharon Van Etten e Lisa Hannigan, Kate Stables (dei This Is the Kit) e Gail Ann Dorsey (bassista di David Bowie), in un connubio riuscitissimo di voci e atmosfere che ti accolgono e abbracciano calde e delicate (es. Roman Holiday, Oblivions, The Pull of you o Hey Rosey). Light Years per me suona di quella calma che non ho, che placa il tormento. Come dita che sfiorano il viso e la schiena, come gocce di pioggia che scivolano sul vetro dei finestrini dell’auto, mentre torni a casa di notte, “I Am Easy to Find” si chiude con un perfetto giro di piano e con la voce intensa e baritonale del frontman che ci riporta a casa, anche quando ci sentiamo lontani anni luce.
Once Upon A Poolside, “First Two Pages of Frankenstein” (4AD, 2023)
Ricordo di un’estate strana e meditabonda: “First Two Pages of Frankenstein” è dato alle stampe dopo una crisi della band, quasi sul punto di sciogliersi, superata attraverso sperimentazioni soliste e progetti alternativi (il frontman propone il disco solista “Serpentine Prison”, i gemelli Dessner lavorano, rispettivamente, Bryce a colonne sonore per film, Aaron alla produzione di “Folklore” e “Evermore” di Taylor Swift). Il disco si apre ancora a featuring preziosi come The Alcott con Taylor Swift e This Isn’t Helping e Your Mind Is Not Your Friend con Phoebe Bridgers. Poi, c’è Sufjan Stevens che accarezza senza mai sovrastare Once Upon A Poolside, che apre il disco e schiude la mia mente su un viaggio in Puglia per raccogliere pezzi di anima sommersi o insabbiati.
Weird Goodbyes, “Laugh Track” (4AD, 2023)
Nella tracklist di “Laugh Track”, speculare sia negli artwork che nella linea lirica e compositiva al precedente lavoro, con cui completa, ad appena cinque mesi di distanza, un dittico, la traccia più evocativa resta per me la collaborazione con con Justin Vernon dei Bon Iver in Weird Goodbyes. Sarà perché tutti gli addii sono un po’ strani, sarà che vibro spesso di malinconia anch’io.
BONUS TRACK: About Today, “Cherry Tree” (Brassland Records, 2004)
Quintessenza della loro poetica e del loro stile, non può mancare nella mia playlist per riprendere fiato e ricominciare a cantare solo i The National, un brano di quelli lasciati fuori dalla tracklist di “Sad Songs for Dirty Lovers”, custodito dall’EP “Cherry Tree”: About Today mi risuona sotto la pelle come una marcia del cuore in tumulto, sospeso tra oggi e ieri, distante nel tempo e nello spazio, teso ad un desiderio del desiderio, fremente di archi e voce calda e calma.
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