“Blood On The Tracks” compie 50 anni: l’album più inafferrabile di Bob Dylan

Un’opera che urla rabbia, dolore, amore perduto, vendetta, rimpianto. Se si potesse trasferirla su una tela, i colori scivolerebbero dal rosso al nero, senza intermedi.

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Manhattan, settembre 1974. Dopo la dolorosa separazione dalla prima moglie Sara Lownds, Bob Dylan trascorre quattro caotici giorni nel vecchio Studio A e nasce uno degli album più oscuri e immensi della sua carriera. Dieci canzoni, tanto romantiche quanto tetre, a tratti paragonabili (azzarderei) alle sinfonie di Schubert. Eppure l’album pubblicato dall’etichetta Columbia nel gennaio 1975, “Blood on the Tracks”, quindicesimo album in studio per Dylan, vedeva la luce con cinque delle sue canzoni rimaneggiate all’ultimo minuto in Minnesota, convertendo quei toni malinconici in qualcosa di molto più vivace. Dylan temeva un fallimento commerciale. La versione rivista di “Blood” vendette molto bene, raggiungendo la vetta della classifica degli album di Billboard, e pose fine alle chiacchiere sul declino creativo di Dylan. Non fu, tuttavia, il capolavoro di malinconia che aveva creato nello Studio A” – si legge in “A Simple Twist of Fate: Bob Dylan and the Making of ‘Blood on the Tracks”, libro scritto da Andy Gill e Kevin Odegard, pubblicato nel 2004.

Nonostante la versione originaria del disco sia stata ampiamente resa disponibile su bootleg (la Columbia ha pubblicato nel 2018 “More Blood, More Tracks: The Bootleg Series Vol. 14” come parte della loro serie continua di outtake e take alternativi della musica di Dylan), solamente due delle cinque versioni originarie dei brani reincisi, You’re a Big Girl Now e Up To Me, sono state pubblicate ufficialmente nel 1985 nell’album “Biograph”, mentre versioni alternative di Tangled Up In Blue, Idiot Wind, If You See Her e Say Hello, provenienti dalle stesse sessioni, sono state pubblicate in “The Bootleg Series, Vol. 1-3”, insieme a Call Letter Blues, inedito poi scartato. Lily, Rosemary and the Jack of Hearts è l’unica canzone delle sedute di New York, invece, a non essere stata ancora ufficialmente pubblicata.

Una delle ragioni dei successi del disco è stata sicuramente la lettura autobiografica che ne hanno fatto fan e critica, smentita fermamente, tuttavia, dallo stesso Dylan, il quale nella sua autobiografia del 2004, Chronicles – Vol. 1, affermò che i brani del disco non avevano niente a che fare con la sua vita privata, ma bensì erano stati ispirati dalla lettura dei racconti di Anton Cechov. “Blood On The Tracks” potrebbe essere un rimuginare dei racconti di Cechov o la dettagliata cronaca della fine di un amore. O potrebbe essere tutt’altro, qualcosa di completamente diverso e lontano. Ma resta irrilevante, perché in cinque decenni non ha perso neanche in minima parte la sua monumentalità. A prescindere da tutto, resta tutt’oggi, a ben cinquant’anni di distanza dalla sua pubblicazione, un disco inafferrabile e questo è sicuramente parte integrante del suo fascino imperituro. I sentimenti narrati sono crudi e schietti, si intrecciano a parole e musica con una maniacalità quasi ossessiva, in quello che appare una continua ed enfatica collisione tra immagini allucinatorie e cupo realismo. 

Photo: Ken Regan

“Blood on the Tracks” è un’opera che urla rabbia, dolore, amore perduto, vendetta, rimpianto. Se si potesse trasferirla su una tela, i colori scivolerebbero dal rosso al nero, senza intermedi. Ogni traccia racconta una storia diversa, tutte legate dallo stesso filo, che è la musica, fredda e umida come vento del nord. La musica è un linguaggio universale e quella di Dylan è sempre in divenire, titanica, indisciplinata e misteriosa. Dopotutto, niente è mai come sembra e “Now everything’s a little upside down”, canta Bob Dylan in Idiot Wind. Dieci storie raccontate, tutte diverse e tutte dolorose, disperate, malinconiche, rette da sentimenti di perdita, smarrimento e solitudine. 

Definito da molti come “album di rottura, in realtà, epico e malinconico, potrebbe essere quasi il suo LP più accogliente. Un pacchetto completo di scrittura, esecuzione e atmosfera, di cui Dylan ne è stato l’unico produttore. Si spazia dalla vivida luminosità di Tangled Up in Blue (“We always did feel the same / We just saw it from a different point of view”) e You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, alla straziante e commovente If You See Say Hello (“Oh, whatever makes her happy / I won’t stand in the way / Though the bitter taste still lingers on / From the night I tried to make her stay”), i duetti sussurrati di chitarra e basso di Shelter From the Storm (“- Come in –  she said / – I’ll give you shelter from the storm -”) e Buckets of Rain (“Life is sad / Life is a bust / All ya can do is do what you must / You do what you must do and ya do it well / I’ll do it for you, honey baby / Can’t you tell?”) e la sofferta freschezza autunnale di Idiot Wind. Pare, per ammissione del suo stesso autore, che la scrittura del disco sia stata influenzata dalle lezioni tenute dal pittore Norman Raeben a New York all’inizio del 1974. Su questa scia, i versi diventerebbero immagini, cartoline sul tempo che passa, di un amore perduto e implacabile, sulle delusioni. E poi c’è la cronachistica ballata Lily, Rosemary, and the Jack of Hearts coi suoi sedici versi: la melodia è leggera e allegra, lineare, le parole crude e ricche di dettagli: “- Sorry, darlin’, that I’m late, – /but he didn’t seem to hear / He was starin’ into space / over at the Jack of Hearts”.

“Blood on the Tracks” è un album letterario in cui le narrazioni delle stesse canzoni continuano ad assorbire elementi passati, presenti e futuri, garantendo ad ogni nuovo ascoltatore un significato diverso, cucito addosso per l’occasione. Bob Dylan è riuscito a creare qualcosa di intenso, sentito, coinvolgente eppure, in merito alla popolarità del disco, durante un’intervista radiofonica con Mary Travers, qualche mese dopo l’uscita, disse: “Un sacco di persone mi dicono che amano quell’album. È difficile per me capirne il perché. Voglio dire, alle persone piace quel tipo di dolore?”.

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