È meglio bruciare che svanire: “The Madcap Laughs” di Syd Barrett

Questo è l’album in cui Syd inizia definitivamente a bruciare, la sua musica lo consuma, la sua vita lo consuma, la sua solitudine lo mangerà letteralmente dall’interno. Fino alla fine.

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Siamo nel 1970, Roger Keith “Syd” Barrett è già uscito dall’ombra dei Pink Floyd da due anni, quando rilascia gli unici due album da solista da lui prodotti, per poi ritirarsi definitivamente dalle scene. Due album destinati a restare nella storia come strascico della coda di successi da lui appena persa. Due sperimentazioni che hanno letteralmente influenzato tutti quelli che in quegli anni erano sulla scena anche se appartenenti a generi musicali agli antipodi tra loro. La stessa musica dei Pink Floyd, band creata insieme ai tre ex amici inglesi esattamente cinque anni prima, è stata segnata dal suo abbandono, dal suo stato mentale e dai suoi due long play: “The Madcap Laughs” e “Barrett”, pubblicati nello stesso anno.

The Madcap Laughs”, il primissimo album solista di Syd Barrett, è generalmente considerato il miglior lavoro solista di Syd, anche se la critica è sempre stata divisa, in quanto nell’album “Barrett”, risiede una delle sue tracce più apprezzate del suo pubblico e non solo: Baby Lemonade. Ciò nonostante, occorre fare una giusta precisazione. “The Madcap Laughs” è sicuramente il più istintivo, onesto e mentalmente psichedelico dei due, ed è proprio su questo che ci concentreremo. Qualunque fosse esattamente la motivazione della decadenza di Syd Barrett, infatti, è pienamente esibita dentro quest’opera. La maggior parte delle canzoni sono acustiche con strani testi e miscele di parole apparentemente senza senso, cosa che tracciano in maniera lampante ciò che stava succedendo proprio dentro la mente del mito “shine on you crazy diamond”.

Ma facciamo un passo indietro. Tra il maggio e il luglio del 1968, il manager e produttore discografico britannico Jenner riuscì a portare Syd Barrett in studio dopo l’abbandono dei Pink Floyd, per registrare nuovo materiale. Il risultato inizialmente deluse le aspettative di chi aveva appena ascoltato le produzioni floydiane. Perché quello che emerse inizialmente furono delle versioni embrionarie di tracce che avrebbero visto la luce sul suo primo LP da solista. Ed apprezzate solo tempo dopo, grazie al loro ascolto da parte sia degli altri colossi presenti all’epoca, che dal pubblico nostalgico e lisergico dei Pink Floyd.

La musica di Syd in “The Madcap Laughs” non è sicuramente per tutti, sia allora che oggi. Il suo stile di chitarra è un ritmo distorto, come i suoi eroi del Blues americano. La sua musica è apprezzabilmente semplice e liricamente densa. Syd Barrett è più un poeta maledetto che un musicista in senso stretto. È lui stesso un’opera d’arte, un capolavoro, più dei suoi quadri visionari e delle sue tracce alienanti. Aveva una voce ricca e un carisma invidiato e copiato da tanti. “The Madcap Laughs” è, tra le altre cose, un tentativo dei suoi tre produttori, Malcolm Jones, Dave Gilmour e Roger Waters, (produttori di una parte di album) di raccogliere ciò che di geniale Syd aveva lasciato in loro. Il risultato è una bellezza nuda, in tutte le sue imperfezioni. Lo stesso David Bowie annovera “Madcap” tra le sue fonti di ispirazione.

Molte delle canzoni presenti avrebbero potuto trovare posto in “Piper At The Gates of Dawn”, poiché hanno molto in comune con pezzi come Lucifer Sam e Flaming. Ma semplicemente non doveva andare così. Syd è in canzoni come Octopus, Long Gone, Dark Globe e Late Night che va apprezzato per il suo lato selvaggio e crudo. Per quell’essenza fragile di spettri tanto nascosti da emergere dalle crepe della sua mente, come luci leggere e impercettibili. Luci scintillanti che ci arrivano sottoforma linguistica e messe insieme in una danza semplice di architettura musicale. Un devastante specchio dentro l’anima di un precursore mai dimenticato.

Photo: Barrie Wentzell

Ma questo album non è esente da difetti. Alcune canzoni sono davvero dolorose da ascoltare, poiché è chiaro che Syd sta iniziando a perdere la sua battaglia con la malattia mentale. L’enfasi della sua rovina psicologica e fisica, unita alle sue pubblicazioni e ai suoi testi allucinogeni, i riff graffiati e grezzi, hanno fatto da miscela esplosiva per tutti quelli che hanno visto la fine dell’artista che ha creato i Pink Floyd e il rock psichedelico.

Nello stesso periodo Barrett iniziò ad avere comportamenti sempre più legati ad una vita che viaggiava su binari sempre più alla deriva: il costante abuso di acido lisergico dietilamide (o LSD) e farmaci che sfociavano sempre più prepotentemente in disturbi psichici costantemente più evidenti. Molti iniziarono a dire che non era più adatto a entrare in uno studio, e quando lo faceva, a volte, dimenticava la chitarra e rompeva l’attrezzatura messa a disposizione dalla EMI che lo ospitava. Il risultato, e forse la comprensione di “The Madcap Laughs”, avvennero per questo motivo dopo tempo. E a confermarlo sono la sua presenza dopo cinquant’anni sugli scaffali di musica, la sua presenza in recensioni da parte delle principali riviste di settore, migliaia di ascolti sulle piattaforme digitali, documentari dedicati e innumerevoli libri.

Come accennato in precedenza, i testi sono per lo più di una varietà di deliri di parole, ma ci sono alcune scintille di coerenza, la maggior parte delle quali possono essere lette come frecciatine appena velate agli altri membri dei Pink Floyd. “The Madcap Laughs” è un capolavoro di musica cantautorale danneggiata, e un must per ogni serio fan dei Pink Floyd.

Neil Young una volta scrisse “è meglio bruciare che svanire”. Questo è l’album in cui Syd inizia definitivamente a bruciare, la sua musica lo consuma, la sua vita lo consuma, la sua solitudine lo mangerà letteralmente dall’interno. Fino alla fine.

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