Decius – Vol. II (Splendour & Obedience)
Recensione del disco “Vol. II (Splendour & Obedience)” (The Leaf Label, 2025) dei Decius. A cura di Federica Finocchi.
Il panciuto imperatore romano che scambia col suo maiale uno sguardo afflitto, quasi dispiaciuto, mentre tiene in una mano quella che sembra essere una corda – probabilmente l’oggetto con cui priverà la libertà dell’animale – è il protagonista della copertina del nuovo album del supergruppo britannico Decius.
Alle illustrazioni, come per il precedente lavoro, c’è la magica mano di Peter Harris, che scolpisce perfettamente corpo e animo umano/non umano, in un mix contrastante di emozioni e reazioni. La grandiosità di Roma si va a scontrare con il sound provocatorio ed eccessivo dei bassifondi di Londra e Berlino, dove le doppie vite e le stanze umide fanno perdere ogni tipo di inibizione, costringendo la mente ad arrendersi di fronte a “Splendour & Obedience“, splendore ed obbedienza. Chissà chi è la vera vittima tra il triste imperatore e l’innocente maiale. Forse, di vittime non ce ne sono, perché i santi non esistono e lo sai molto bene tu, che stai ascoltando il “Vol. II” cercando di nascondere quella crescente voglia di fare peccato, anche il meno evidente.
“L’oscurità, quell’ombra nella musica” hanno colpito a tal punto Lias Saoudi, frontman dei Fat White Family, che nel giro di pochissimo tempo eccolo prender parte al progetto ideato dai fratelli Luke e Liam May, fondatori della Trashmouth Records, e Quinn Whalley, già membro di Paranoid London e Warmduscher. I Decius nascono quasi per caso, nemmeno loro sanno esattamente come, eppure sembrano averci preso davvero gusto. D’altronde, cosa aspettarsi da un progetto che prende il nome dall’imperatore romano Gaio Messio Quinto Traiano Decio, se non fastosità, stravaganza e sregolatezza? Mascolinità tossica, inviti a manifestare la propria sessualità senza pudore, linguaggio del corpo in costante comunicazione col subconscio: immaginate questo e tanto, tanto altro, racchiuso in atmosfere claustrofobiche e asfissianti, con la temperatura che raggiunge in picchiata vette oltre ogni limite umano. Come se vi avessero preso e recluso in una minuscola scatola-discoteca, insieme ad altre 150 persone che ballano, si svestono, si dimenano senza poter pronunciare una parola all’infuori della musica che pulsa nel cervello, altrimenti l’ossigeno abbandonerà ogni speranza di vita. Simili esperienze – e anche ben peggiori – i nostri quattro scalmanati lord le hanno vissute tra i locali notturni di Berlino, Londra, Chicago, New York, con un’intensità quasi traumatizzante, ma al tempo stesso catartica. Il dolore incontra il piacere, il ritmo vuole da te molto più di quanto realmente meriterebbe. Eppure in questo rapporto di sottomissione, sperimentazione e arte si fondono, per creare qualcosa di nuovo, di autentico, qualcosa che dia una scossa definitiva al tuo mondo interiore.
In “Vol. II”, i Decius aumentano la cilindrata dei motori, laddove il debutto aveva preparato il terreno attraverso un’immersiva acid house sensuale e danzereccia – ricordiamo i meravigliosi e ossessivi featuring con Maggie The Cat, tanto per invogliarvi all’ascolto – che comunque non si scomponeva poi molto, mantenendo un certo equilibrio sempre un po’ in bilico, ma mai così arrendevole. Qui le carte in tavola raddoppiano, mescolando e ribaltando ogni elemento presente sul tavolo dei generi musicali più suonati in un rave, passando per i club più putridi e peccaminosi d’Europa, in un clima che si nutre di minimal techno, BPM ultraveloci, guaiti paranoici e primordiali, bassi pulsanti, melodie e voci distorte. I suoni martellanti di tracce ipnotiche come I Gave Birth 2 U e quelli di una techno-house più cupa e acida come in Ibrahim (entrambi accompagnati dall’ormai inesauribile sodalizio con l’accattivante Maggie The Cat) si ritrovano faccia a faccia con i giochi colorati di synth a luci rosse e tutine aderenti in lattice del singolo Queen of 14th St., atterrando infine sulle note più trance di Arctic Spring, che chiude il disco con un inaspettato richiamo alla luce. Se è vero che i Decius devono tanto a Kraftwerk, Suicide e a tutti i pionieri di un sound a cavallo tra elettronica e techno-dance, è altrettanto vero che i paesaggi delineati finora dal quartetto londinese sanno di piena e incondizionata libertà.
Allacciate le cinture, perché il viaggio di “Vol. II” vi porterà al di là di ogni vostra più impura immaginazione.
Non so nulla di musica house, acid house, techno – quando l’ascolto so quello che mi piace e quello che non mi piace – mio fratello ascoltava roba EDM seria. Ma i sottogeneri, i BPM, non ne so niente di niente. Quindi, sto facendo tutto al contrario
Lias Saoudi
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