Guided By Voices – Universe Room
Recensione del disco “Universe Room” (GBV Inc., 2025) dei Guided By Voice. A cura di Paolo Esposito.
Ripercorrere la carriera e i dischi dei Guided By Voices è un po’ come leggere un’enciclopedia musicale. Dentro ci sono i musicisti che in oltre quarant’anni – e diversi scioglimenti e rifondazioni – si sono avvicendati nella line up, svariati generi esplorati – dagli esordi punk, al lo-fi all’attuale universo alternativo – e una discografia che con “Universe Room” raggiunge quota 41 album. Il perno di tutta produzione della band di Dayton resta il redivivo Robert Pollard, uno dei compositori viventi più apprezzati d’America, che oltre alla produzione GBV conta oltre 20 album solisti.
A poco più di sette mesi da “Strut of Kings” ecco quindi “Universe Room”, che si compone di 17 pezzi, tutti brevi e compatti, alcuni addirittura di poco sopra al minuto ma dritti all’obiettivo, a partire dai primi istanti di Driving Time, che già mostra un buon livello di ispirazione. Poi è tutto un saliscendi di emozioni, le più variegate, come da tradizione – almeno recente – imposta da Pollard e i soci del momento. L’orizzonte è estremamente ampio, dal ritmo sostenuto di Couldn’t See the Light, Fly Religion e Hers Purple, accompagnate sempre da riff immediatamente distinguibili, alle atmosfere cupe e piene di suspense di The Great Man, Play Shadows, Elfin Flower e Fran Cisco, passando per ottime ballad, come nel caso di Clearly Aware.
Non mancano rivoli malinconici, uno stile compositivo che diverse volte negli ultimi anni occupa un pezzetto dei dischi dei Voices: gli esempi sono Dawn Believes, Independent Animal e Aesop Dreamed of Lions. Non ci si ferma un attimo, è tutto uno scorrere veloce tra ritmi, suoni e voce rigorosamente stentorea e a tratti calante. C’è spazio anche per incursioni in vecchi (e desueti) generi come il prog, omaggiato in I Will Be a Monk e 19th Man to Fly an Airplane, oppure il punk prima maniera, ricordato in Aluminum Stingray Girl. Ma se col tempo abbiamo imparato un po’ a conoscere la creatura multiforme data alla luce da Pollard, sappiamo che in album così lunghi e intensi si nascondono chicche che da sole valgono buona parte del prezzo del disco. Ed eccolo il diamante, meraviglioso nel suo stato così grezzo e puro: The Well Known Soldier racconta di una chitarra acustica scordata, forse rotta, con un rumore di sottofondo tipico di chi ha registrato quel pezzo con un mangianastri. La chiusura di Everybody’s a Star è dedicata a Shelley Winters.
Il concetto che in una sola parola meglio si associa a “Universe Room” è stupore: stupisce ascoltare un disco così ispirato, dove si nota l’intento di dare tutto ciò che si ha dentro da parte di una band che dal 2019 sforna in media tre dischi all’anno. Non ci sono riempitivi, ma la solita urgenza creativa mista a una gradevolissima prolificità. Nondimeno, ha il grosso pregio di essere un disco al tempo stesso estremamente vario ma compatto, nel senso che esplora tantissimi generi ma i singoli pezzi non scadono mai nella ripetitività. E’ un disco che va ascoltato con attenzione perché non concede punti di riferimento. In compenso, per “Universe Room” ne vale davvero la pena.




