30 anni di “To Bring You My Love”: “PJ Harvey canta il blues con più distorsione, sesso e omicidi di quanto tu ricordi”
“To Bring You My Love”, trent’anni dopo, è un disco di blues che ancora ipnotizza coloro che non sanno nemmeno cosa fosse quella cosa.

30 anni fa oggi usciva il terzo disco di PJ Harvey, formalmente il suo primo disco solista, essendo i precedenti stati intitolati al PJ Harvey Trio. Archiviata l’esperienza del trio, Polly Jean decise di prendersi una casa in campagna dove si ritirò a concepire con calma e in “quasi totale isolamento” le canzoni per un nuovo album. Quando sentì di avere abbastanza materiale tra le mani, richiamò l’amico John Parish, sua “anima gemella musicale”, con cui aveva lavorato negli Automatic Dlamini, sua band d’esordio. “To Bring You My Love” è quindi un lavoro essenzialmente a quattro mani. I due co-producono, insieme a Flood (già resosi noto con gli U2 di “The Joshua Tree”), e si dividono la maggior parte del lavoro strumentale. Tranne la collaborazione, in qualche pezzo, di altri musicisti, tra cui Mick Harvey dei Bad Seeds e la presenza di un quartetto d’archi su tre tracce. Il pubblico accolse calorosamente il risultato. “To Bring You My Love” finirà per essere il suo disco più venduto fino allora (disco d’oro nel Regno Unito, anche se successivamente “Stories from the City, Stories from the Sea” farà meglio raggiungendo il platino), nonché quello che le porterà fama e successo internazionale, entrando nelle classifiche di 12 paesi.
“Harvey canta il blues come Nick Cave canta il gospel: con più distorsione, sesso e omicidii di quanto tu ricordi. “To Bring You My Love” era una maestosa versione goth del grunge”, ha scritto “Rolling Stone”. Ed il parallelo con l’artista australiano calza bene, anche perché i due avranno una relazione romantica negli anni appena successivi all’uscita del disco. Sia Harvey che Cave sono ossessionati dal blues delle origini, ossessionati dal lato oscuro dello stesso. Una musica nata dalle sofferenze del popolo afro-americano, deportato, schiavizzato, disumanizzato da secoli e che nella musica aveva trovato una delle sue vie di fuga da una realtà così tremenda. Polly Jean è bianca ed inglese e quindi la sua non poteva che essere un adattamento, una trasfigurazione, così come, prima di lei, aveva fatto almeno un’altra generazione di giovani britannici, creando quello che oggi celebriamo come il Classic Rock. Tre decenni più tardi, con “To Bring You My Love”, PJ Harvey sarebbe diventata uno degli alfieri dell’Alt Rock, genere ampio che include una varietà di stili che esploderanno proprio in quegli anni ’90, tra cui il sopraricordato grunge.
Harvey partiva dal blues, né più né meno che i Rolling Stones o i Led Zeppelin, inglesi come lei della generazione precedente. Il blues dei padri, di Robert Johnson e Lead Belly, ossia tra i primi artisti del genere le cui registrazioni sono giunte a noi. E ancora una volta si identifica un punto di svolta nella storia del rock – in questo caso “To Bring You My Love” e l’ascesa di PJ Harvey, in quel che non è altro che un ritorno alle origini più profonde del genere. Magari riviste e rivisitate sotto una nuova angolazione, come fa questo disco. Le tracce sono più o meno tutte disegnate intorno alle strutture tipiche del blues: il “botta e risposta” proveniente dalle culture africane, la scala blues, le 12 misure, ecc.… I temi sono tragici, come nel blues. Ancora più tragici, come osservato sopra nella citazione da “Rolling Stone” e soprattutto ancora più osceni e sfacciati.
Down By The Water, il singolo principale tratto dal disco, è il blues di una madre che ha affogato il proprio neonato. Caratteristico l’uso dell’organo e il contributo del quartetto d’archi ed eccovi servito il blues degli anni ’90. Ricominciando dall’inizio del disco e poi proseguendo in ordine, la stessa To Bring You My Love è un blues che potrebbe essere stato scritto da Robert Johnson con tanto di riferimenti religiosi, ma con una blasfemia che nessun bluesman delle origini si sarebbe consentito: “Ho rinunciato al paradiso / Maledetto dio onnipotente / Dormito con il diavolo / Per portarti il mio amore”.

“Incontra il mostro stanotte / Il grande monsone nero / Portami con te / Oh! Che mostro / Che notte / Che amante”. Così prosegue la successiva Meet Ze Monsta tanto per chiarire che il blues di PJ Harvey non fa sconti alcuno, che lei, donna, dice e rivendica quel che vuole. Non ha paura nemmeno dell’onnipotente. Invasata forse. Irregolare senz’altro. Ed il tutto con una nonchalance artistica assoluta. Come canta in Working for the Man: “Ricevo la mia forza dall’uomo lì sopra / Sto solo lavorando per l’uomo / Faccio solo quel che posso”. Invasata, dicevamo. Sicuramente fuori controllo e lo dimostra definitivamente con C’mon Billy: una ballad dall’andamento psicotico che canta un amore ossessionato e ossessivo, in cui invoca il ritorno di un amante perso, che l’avrebbe abbandonata con un figlio. Cosa diceva “Rolling Stone”? E’ blues, ma c’è ancora più tormento e sesso e ossessione di quanto se ne ricordi. E come dicevamo, PJ è donna e bianca, eppure interpreta perfettamente, fa suo, almeno artisticamente, il dolore senza speranza da cui il blues proviene. Lo trasfigura in storie che non appartengono a nessun popolo e nessun tempo specifici, se non a tutti possibilmente.
Così come quando, in Teclo, canta: “Teclo, la tua morte / Mi manderà alla tomba”. La tensione estrema tra la vita e la morte, spesso attraverso il desiderio sessuale, è quel che ha da sempre animato il blues, ma qui PJ Harvey porta la cosa all’estremo. Lo avvertiamo in Long Snake Moan dove la nostra è evidentemente intenta a dominare sessualmente, in modo brutale, il proprio amante. Sentite come canta “oveeer” e poi, dopo una piccola pausa, “undeeer”, come se lo stesse tenendo per i capelli “sopra” e “sotto” l’“acqua salata profonda” citata all’inizio della traccia, per poi ordinargli: “muori di piacere”. Sembra più una tortura che un coito. Musicalmente, grazie all’interpretazione rabbiosa, si torna al punk, che poi è l’elemento in più che l’Alt Rock possiede rispetto al Classic Rock. Dove ho letto che i primi bluesman erano i punk, gli irregolari, i “dannati”, di 100 anni fa?
I Think I’m a Mother di contro, è un grandioso blues suonato sottotono, non certo alla maniera dei punk, ma piuttosto come se fosse una roba d’antan, con la voce filtrata al punto da suonare strozzata. La formazione comprende soltanto PJ alla chitarra e John Parish che suona una batteria senza piatti e rullanti, sottolineando una cupezza inesorabile e lenta. In Send His Love to Me il ritmo torna a farsi serrato e PJ torna a farsi esagitata. Qui i due si fanno accompagnare dall’organo di Mick Harvey e dal quartetto d’archi, mentre Parish adotta varie soluzioni percussive. “Per quanto tempo devo soffrire? / Caro Dio, ho scontato la mia sentenza / Questo amore diventa la mia tortura, questo amore, il mio unico crimine / Oh, amante, per favore rilasciami, le mie braccia sono troppo deboli da afferrare / I miei occhi sono troppo asciutti per piangere, le mie labbra troppo secche per baciare / Chiamando Gesù, per favore / Mandami il suo amore / Sto implorando, Gesù, per favore / Mandami il suo amore”.
Questa epopea di amore e sesso ossessivi, trova la sua più che degna conclusione con The Dancer. Una traccia che sembra andare oltre la ricerca ossessionata intorno al blues delle nove precedenti. L’atmosfera evoca Ennio Morricone. La canzone, se solo fosse cantata in modo più sommesso, avrebbe potuto ben albergare in una delle sue colonne sonore da spaghetti western. E che l’ispirazione possa venire dal nostro paese, PJ lo fa capire quando canta “fanciulla gentile” in italiano, facendo riferimento ad una canzone del diciottesimo secolo di tale Francesco Durante: “Danza, danza, fanciulla gentile”. La storia di cui canta sembrerebbe la risposta a tutte le preghiere e imprecazioni fino a lì spese: “E’ arrivato bagnato in splendore e gloria / Non riesco a credere a quel che finalmente il signore mi ha mandato”. L’amante assente e desiderato delle tracce precedenti del disco è qui finalmente. Peccato che nell’ultimo verso: “L’uomo se ne è andato / E il cielo solo sa”. Tranquilli, siamo sempre in territorio blues: difficile ci sia un lieto fine.
“To Bring You My Love”, trent’anni dopo, è un disco di blues che ancora ipnotizza coloro che non sanno nemmeno cosa fosse quella cosa. E dimostra ancora una volta come la forza di quella musica, la sua adattabilità a rappresentare i lati più oscuri e tormentati della persona umana, sia immortale. Non importa se tu sia una pupilla femmina di classe agiata cresciuta in un tranquillo villaggio rurale inglese, o qualunque altra cosa. Nessun privilegio rende immuni necessariamente da certe cose. O, quantomeno, impedisce di farci sopra un po’ di blues.





