Murubutu – La vita segreta delle città

Recensione del disco “La vita segreta delle città” (Django Music, 2025) di Murubutu. A cura di Angela Denise Laudato.

La città, nella sua essenza più vera, è da sempre un “acceleratore” di esperienze quotidiane. Le case, i palazzi, le strade ne definiscono i contorni, urbani ed emotivi, della comunità che ci vive e convive, per creare quell’insieme che il mondo latino racchiudeva in appena quattro lettere: urbs. Il complesso topografico stradale si legge istintivamente come metafora delle relazioni umane che uniscono la civitas; la città diventa un vero e proprio luogo dell’anima. E proprio della città racconta il nuovo concept album di Murubutu, pseudonimo di Alessio Mariani, rapper, scrittore e docente di storia e filosofia al liceo. 

Dopo sette album all’attivo e collaborazioni con artisti come Caparezza, Dargen D’Amico, Rancore, Ghemon, Mezzosangue, Dutch Nazari, Willie Peyote e Giuliano Palma, Murubutu ci regala un nuovo capitolo in cui, con consueta maestria, fonde insieme canzone d’autore e hip hop: “La vita segreta delle città”

Lo storytelling si sviluppa in narrazioni urbane evocative, capaci di accendere, negli occhi dell’ascoltatore, scenari di vita, mappe di esperienze umane, rappresentazione viva di luoghi abitati. La città è vista attraverso prospettive e curvature differenti: dalle megalopoli ai piccoli centri, dalle capitali alle periferie. E sembra davvero di passeggiare, come un flâneur,tra le strade delle città dei quindici brani che formano il disco. Siamo a Dublino, ma siamo anche a Palermo; balliamo tra i lampioni delle rues di Parigi e ci scopriamo smarriti nel caos vitale di New York. Durante il viaggio incontriamo numerose collaborazioni, voci con cui passeggiare per un po’ tra i diversi mondi: Erica Mou, Dia, Alborosie, Ivana LCX, Dj Craim, Dj Caster, Davide Shorty, Danno ed Elisa Aramonte.

Murubutu racconta: “La città è un libro di pietra su cui scivola la storia, ma mi piace immaginarla anche come un organismo vivente e senziente, capace di concertare il destino degli uomini. Ho voluto raccontarla dalla prospettiva di un flâneur, un osservatore che si perde tra le sue strade per coglierne l’essenza e indagare le dimensioni più nascoste. Lo sguardo che innerva il disco va a caccia dei dettagli e delle sfumature, interrogandosi sulle dinamiche degli spazi in cui l’umanità fiorisce e appassisce, e cercando di coglierne gli aspetti inosservati, i percorsi ignorati: la vita segreta delle città”. Che inizi il viaggio.

La città degli angeli, prima città che esploriamo. Ma chi sono gli angeli? Esseri invisibili che ascoltano i nostri pensieri a voce alta o semplicemente sono i nostri ricordi, gli insegnamenti ricevuti, i sogni che da sempre non ci abbandonano mai? Il brano, che trae ispirazione dal film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders e dal suo remake “The City of Angels”, è il racconto di un amore urbano. In un mondo febbrile, tra i rumori del traffico, la giungla d’asfalto e i fiumi di folla, un angelo si fa spettatore, testimone silenzioso della metropoli, finché non arriva lei e basta un salto nel vuoto per ritrovarsi umani, tra vita e morte, illusione e disincanto, meraviglia e sgomento: “Cieli opposti e contrari, cedo ai nostri richiami, / riflesso nei tuoi occhi c’è quest’angelo a pezzi, ho tagliato le mie ali per restare con te, com’è? / c’è un’altra metà invisibile a molti, vive nell’orma nei tuoi desideri / mi troverai oltre i confini degli occhi, segui le ombre che portano a me”.

Il viaggio continua verso Grande città e tra le rime il desiderio sfumato di fuggire lontano insieme, in un altrove in cui non si è soli: “mi scaldavo al calore che produce il tuo nome, nelle notti in stazione dentro all’oscurità / e lo hai promesso tu come Prometeo col sole, inseguivi un bagliore per fuggire da qua / lo scrivevi sui muri, voglio andarmene altrove, voglio andarmene dove c’è una grande città / e se vieni anche tu, ehi…nel viaggio noi due…non saremo più soli né ora né mai”. Nel nostro viaggio incontriamo la dolcezza di Erica Mou in La vita segreta, ballata delicata ed elegiaca che racconta il costante rincorrersi, sigillato da una lettera scritta a mano, di due anime tra le città dell’Europa, perché spesso la città è formata da appena due persone: “Ora che ho aperto la lettera ed ho letto il tuo nome, non so come trovarti, ora dove sarai? / ti cerco da sempre in mille direzioni: è davvero la strada per la felicità? / a volte provare a perdersi è una forma d’amore, la forza del volo contro la gravità / Per me resterai qui fra versi e parole, nella vita segreta che c’è in ogni città”

Minuscola è una città che si apre ariosa sul difficile tema dell’immigrazione, raccontandoci la struggente storia di Yaguine Koita e Fodé Tounkara, due bambini ritrovati morti assiderati, il 29 luglio 1999, nascosti nel carrello di un aereo che, partito da Conakry, capitale della Guinea, atterrò a Bruxelles, in Belgio. Con loro avevano una lettera, scritta in francese, destinata all’UE che venne pubblicata dai media di tutto il mondo. “Domani pensaci bene, noi saremo là insieme mentre voliamo via / e arriveremo davvero in quella parte di cielo che sembrava utopia / e noi vedremo la terra allontanarsi in un lampo e diventare minuscola / in volo sopra a un pensiero che non ha un suo emisfero, né colore, né etnia” – e non possiamo non chiederci quanti altri Yaguin e Fodè debbano ancora perdere la vita?

Voliamo insieme a Ivana Lcx verso Parigi, dove un Flaneur attraversa la città in cerca di significati nascosti e inaspettati, facendosi esploratore dello spazio urbano e, inevitabilmente, di sé stesso, ricordandoci per certi versi il girovagare di Leopold Bloom nell’Ulisse di Joyce. La narrazione si intensifica nell’incontro con un’altra anima girovagante e Parigi si trasforma in un teatro a cielo aperto, un paesaggio onirico, che svanisce lentamente: “Vedi, senti la voce lontane, sono scomparse le strade, ci siamo solo io te / è scomparso il mondo / senti, vedi lo spazio che si apre, fra le fontane in estate, ci siamo solo io e te / almeno per un giorno”. Megalopoli con Alborosie e Dj Craim, invece, ci presenta la doppia faccia e le contraddizioni della metropoli: da un lato i grattacieli coi palazzi di vetro, dall’altro la miseria dei quartieri più poveri. 

Nuova traccia, nuova città: Nora e James. Ci troviamo a passeggiare per le strade di una grigia Dublino, spettatori della storia d’amore tra Nora Barnacle e James Joyce. I due si incontrarono per la prima volta quando lei lavorava come cameriera al Finn’s Hotel di Dublino. La loro appassionata relazione iniziò il 16 giugno del 1904, giorno del loro primo appuntamento (data scelta poi da Joyce per collocarvi la giornata del romanzo Ulysses, celebrata poi  come “Bloomsday”, “Il giorno di Bloom”, in onore dello scrittore irlandese) per poi decidere, pochi mesi dopo, di lasciare l’Irlanda per vivere a Londra, Trieste, Parigi e infine Zurigo, dove Nora fu sua musa, amante e infine moglie: “ed ogni sogno ha la sua geografia, la città sapeva i nostri nomi / per portarci nella stessa vita, via e tutto il mondo intorno”.

Le città successive, Il deserto a NYC e Vicoli, doveincontriamo rispettivamente Dj Caster e Davide Shorty, ci raccontano due storie difficili, da un lato la droga che “se la inietto negli occhi viaggio dentro i ricordi”, dall’altro il peso di nascere sotto il solo cocente della Sicilia, spesso crudele coi suoi figli: “Fa che un giorno questo sole mi dia pace, mi dia luce invece di scottarmi / se la Santuzza vuole, con due sguardi non c’è età per diventare grandi”. Saudade profuma di Lisbona e di quel sentimento affine alla nostalgia, quella sorta di malinconia per qualcosa che si è perso ma rivive nel ricordo. La voce ammaliante della protagonista rievoca territori lontani, lasciati in cerca di fortuna, e un “marazul, più blu”: “Ma ritornerai sulla spiaggia dove il cielo trema / e ritroverai la tua parte che non se va / ma ritornerai sulla spiaggia il mare e la barriera / ti riunirai: la tua anima rimasta là”.

Arriviamo alle porte dell’antica Bisanzio, odierna Istanbul, sulle rive del Bosforo con La caduta di Costantinopoli. Ci troviamo catapultati nel 1453, quando i soldati dell’Impero Ottomano, guidati dal Sultano Mehmet II, entrano a Costantinopoli ponendo fine, con la conquista turca della “Regina delle Città”, alla storia dell’impero nato dalla divisione dei domini di Roma e ultimo erede della Res Publica: “La città sembrava enorme, vista dall’alto, dalla torre che ora toglie fiato a Mehmet / nuova Roma nelle forme, antica Bisanzio, lotta contro nuove orde in arrivo dall’est / città nuova al crocevia fa tre mari e due mondi, città d’oro sulla via teme la profezia / se il sultano di Turchia fa tremare i suoi ponti, ora il cuore batte forte dentro Santa Sofia”.

I libri bruciano a 451 gradi Fahrenheit? Accompagnati da Danno, la risposta la troviamo nel brano successivo, 451, il quale si ispira al famoso romanzo distopico, scritto dall’americano Ray Bradbury, intitolato “Fahrenheit 451”, ovvero la temperatura alla quale bruciano i libri in un futuro tenebroso e inquietante dove non è concesso leggere: “è un rogo di conoscenza / non lo so, don’t know, ogni tomo si contorce / oggi brucio Thoreau, domani Poe e Faulknerse / ora brucio Rousseau, Leopardi poi Shaw e Tolkien / qui oggi brucio Foucault e domani George Orwell / la city che appicca incendi e da primo Benjamin Franklin”. Wanderlust è un termine tedesco, che significa letteralmente voglia di viaggiare o, più precisamente, vagare. E proprio affetto da tale desiderio è il protagonista del brano, il quale, dopo una vita spesa tra lavoro e sacrifici non è mai riuscito a realizzare il proposito di vedere il mondo. Alla sua morte, sua figlia viaggerà per lui: “Io ho viaggiato sulle curve di ogni parallelo, catturando tutte le città ahi / ti sento o no, ti vedo o no, però so che non tornerai / fra le tratte sulle mappe di questo emisfero, sempre in viaggio tipo Wanderlust dai / ogni foto nel vento, forse un giorno ti arriverà”

Con il brusio della città sullo sfondo la struggente Paranormale è il flusso malinconico di pensieri di quello che sul finale di rivelerà un “fantasma” intrappolato tra la folla dei mortali a causa del ricordo di un amore che lo attraversa senza più riuscire a vederlo: “accarezzo commosso i ricordi di noi / ti ho pianto ogni notte, maledetto destino, traiettorie della sorte e mille porte a ogni bivio / dentro alla città in un labirinto infinto, ti seguivo fra le folle percepivo il respiro, / ma non sei tu l’anima: il bianco ectoplasma ed io che provavo a parlare con te / e invece è il contrario, sono io qui il fantasma e tu che ti sei ormai scordata di me. Perché?”. Il viaggio si conclude accompagnati dalla voce di Elisa Aramonte in Ultima città, brano nostalgico che parla di assenze, mancanze e separazioni, lontananze: “non riesco più a domare questo petto amaro, ‘sto conflitto fitto percepisco il male / ma tu mi manchi sai, sei punto fisso o abisso, eclisso piste o strade, amore epistolare”.

Durante il Medioevo si diceva: “l’aria della città rende liberi”, alludendo ad una pratica giuridica secondo cui se un servo della gleba riusciva a scappare dal suo signore e a rifugiarsi in una città senza farsi catturare per almeno un anno, diveniva libero da ogni vincolo feudale. Alessio Mariani a suo modo ci ha permesso di respirare l’aria delle sue città, annusandone i loro segreti, e, in un certo senso, ci ha resi più liberi. “La vita segreta delle città” di Murubutu è un mappamondo da lasciar roteare intorno al proprio asse, guidati dai pensieri e dai racconti di autori come James Joyce, Ray Bradbury, Walter Benjamin. Ogni traccia diventa la cartolina introspettiva di uno dei numerosi mondi paralleli che si intrecciano e sovrappongono, tra poesia, visioni ed emozioni.

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