“Non lo direi se non fosse vero: memorie di musica, vita e Dream Syndicate”: lo spaccato autobiografico di Steve Wynn

Un libro leggendario, testimonianza avvincente non solo dei fatti singolari che hanno interessato la vita di Mr. Wynn, ma anche delle giravolte e dei capovolgimenti che capitano a chi si mette in pista di decollo al fine di inseguire i propri irriducibili sogni

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Stampato nel gennaio 2025 per merito della Jimenez Edizioni, nella traduzione italiana di Gianluca Testani, il coinvolgente e corroborante libro autobiografico scritto da Steve Wynn, classe 1960, chitarrista e cantante fondatore primariamente dei The Dream Syndicate, gruppo seminale e capostipite del Paisley Underground, il prorompente movimento musicale fuoriuscito dalle crepe terrestri della California di inizio Eighties, celebra qui la personale e autentica storia sino alla fatidica data del 1988, che segnò la fine della prima fase di attività della band poi riunita nel 2017.

Il titolo “Non lo direi se non fosse vero – Memorie di vita, musica e Dream Syndicate” promette avventure straordinarie, attraversate dalla sua voce narrante, e cala i lettori nel contesto scandito dagli sviluppi della cangiante scena musicale locale, di Los Angeles, californiana e mondiale. Un libro leggendario, testimonianza avvincente non solo dei fatti singolari che hanno interessato la vita di Mr. Wynn, ma anche delle giravolte e dei capovolgimenti che capitano a chi si mette in pista di decollo al fine di inseguire i propri irriducibili sogni, e quello di Steve, sin da bambino, fu di diventare rockstar.

Il sentire acceso, passionale di Steve durante ogni fase della sua crescita, umana e artistica, inframezzata dalla giovane età e quindi interessata da alcuni stop and go che sembravano averlo fatto deviare dal proposito di diventare musicista, scorre lungo queste pagine che non concedono nulla al sensazionalismo, ne attestano invece la predestinazione, vissuta altresì da quei grandi artisti che ascoltava alla radiolina nella casa paterna e materna (i genitori divorziarono molto presto e visse in famiglie allargate a causa dei nuovi partner sentimentali dei genitori e nelle nuove case in cui abitavano) che lo forgiarono precocemente.

Una miniera di particolari preziosi si adagiano sul lettore che inizia a prendere confidenza con la mentalità avventurosa e inconsapevolmente indomita, almeno inizialmente, di Steve, che più o meno sino alla maturità dei 21 anni ci appare ragazzo pieno di virtù e orientato a perfezionare ogni attività intrapresa, inclusa la forma e la canzone rock con le prime prove musicali messe su fin da decenne. Lo vediamo, attratto dai negozi losangelini di dischi e chitarre, correre in sella alla bicicletta su e giù per la collina nel tragitto ideale ‘casa-record store’ affrontando in solitaria, caparbio e libero, percorsi impervi e pericolosi per un ragazzino.

Wallach’s era un posto magico. Aveva dischi. Aveva stampe gialle 30×40 degli album e dei singoli più venduti, che io arraffavo e memorizzavo. E aveva anche strumenti musicali; il mio primo incontro con chitarre elettriche e amplificatori. Ricordo l’emozione di vedere un ampli Kustom tuck-and-roll, come quello dai profili imbottiti che usava John Fogerty. E sbavavo davanti a una chitarra Crown, che era una copia della Gibson Les Paul. Quando compii dieci anni presi finalmente una chitarra elettrica. Era economica e aveva un’action (la distanza tra le corde e la tastiera) terribile e quindi era difficile da suonare…Scrissi la mia prima canzone, Sing My Blues, nel 1969, l’anno magico in cui diventai me stesso

La prima chitarra acustica avuta in regalo non tardò ad arrivare, così pure le prime lezioni dello strumento, i primi dischi acquistati con la paghetta e le prime canzoni scritte ispirandosi alle rock songs allora in voga. Cominciano pure le prime esperienze di band, suonando in casa di permissive mamme di altrettanti piccoli amici e fanno capolino le prime suggestioni alimentate dalla visione alla TV dei cartoons dei Beatles e dello show dei Monkees, mentre i suoi eroi del rock si affollano nel personale sognante Paradiso allargato dalla diffusione delle radio rock in FM: ai Kinks, al Sgt. Pepper’s album, Alice Cooper, Creedence e The Who, si aggiunsero James Brown, Cream, Stones, Them, Miles Davis, Beefheart e l’eco fecondo di Woodstock (concerto visto pochi mesi dopo l’avvenimento in un cinema, grazie alla sorella più grande di lui di dieci anni)

Questi due concerti – uno dal vivo e uno al cinema – mi colpirono in maniera viscerale. In precedenza, le uniche volte che avevo visto dei veri musicisti suonare in una vera band erano state esibizioni asettiche e tronche in programmi televisivi, ma questi erano diversi. Questa era roba forte, non addomesticata, al di là di ogni mia immaginazione. Era rumorosa e sembrava pericolosa, ed era qualcosa che non riuscivo a comprendere appieno. Ma volevo provare. Improvvisamente, essere solo un appassionato di musica non bastava più. Volevo fare musica per conto mio. Volevo fare parte di tutte le band che amavo, e non vedevo alcun motivo per cui non potesse accadere

Fiumi di musica scorrono nelle sue orecchie, sensibile alle moltissime novità, anche perché, lavorando presso record store di qualità, stava sempre sul pezzo. Anteriormente ai primi concerti dei Syndicate, c’era stato il grande innamoramento artistico per Alex Chilton dei Big Star, a un livello stratosferico. Cosicché il ragazzo, ormai ventenne, partì per andare a conoscerlo in quel di Memphis, laddove rocambolescamente lo incontrò e vi si trattenne addirittura ospite in casa sua per quasi una settimana. L’incontro fu delicato per Steve e mise in atto la personale diatriba tra fan sfegatato che idolatra il proprio mito e la Star provvista comunemente di umani ‘difetti’. Tuttavia l’esperienza non sfociò in delusione e l’amicizia ebbe riscontri futuri. L’autore ne dà una visone assorta, raccontata con viva partecipazione e introspezione, con la disposizione a non perdersi d’animo e con disinvolta accettazione.

1978. Eccoci a Davis, cittadina universitaria vicino San Francisco: Steve Wynn, Kendra Smith, Steve Suchill, Russ Tolman e Gavin Blair compongono i Suspects, sciolti dopo aver pubblicato un unico 45 giri dal titolo “It’s Up to You“, e siamo ancora in fase di aggiustamento in vista della meta. Tolman e Blair formeranno i True West mentre Wynn si recherà a Los Angeles dove organizza prima i 15 Minutes e poi crea la propria etichetta, la Down There, incidendo per questa il singolo That’s What You Always Say. Accantonata poi la breve parentesi sonora con le sorelle Callan, la formazione dei Dream Syndicate prende corpo: Wynn chitarra e voce, Karl Precoda chitarra, Kendra Smith basso e voce, e Dennis Duck alla batteria escono nel 1982 con l’EP “The Dream Syndicate” (su Enigma) contenente quattro brani e seguito nello stesso anno dal primo album, “The Days of Wine and Roses“, su Slash Records, omaggiando l’omonimo film di Blake Edwards e rendendo compiutamente l’idea della musica che suonavano i 4 ragazzi.

D’altro canto, invece, i Dream Syndicate non fecero alcuna gavetta, almeno non in senso convenzionale. Passammo da zero a cento in un secondo. Contiamo solo il primo mese dopo quella piovosa serata di prove con Dennis. In poco meno di quattro settimane, trovammo un nome, imparammo e mettemmo a punto un set completo, registrammo un demo di quattro canzoni che sarebbe diventato il nostro primo Ep e riuscimmo a farci prendere come gruppo spalla di un gruppo di fama internazionale per un concerto sold out in un prestigioso locale del posto. E in quel momento, nulla in un avvio così rapido sembrava strano o inaspettato. Successe tutto troppo in fretta per non sembrare inevitabile

Il disco è prodotto da Chris D. dei Flesh Eaters e inaugura una stagione memorabile del rock americano psichedelico conosciuta come Paisley Underground (termine coniato dal bassista e cantante Mike Quercio dei Three O’Clock, dove nel corso di una intervista radiofonica fa riferimento a un motivo decorativo di origine persiana e indiana, il Paisley, di moda durante il periodo della Summer of Love, sinonimo di cultura indiana e psichedelia), che esplose nell’ambiente della musica indipendente.

Pur essendo THE NEXT BIG THING, la band clou del momento, i Dream Syndicate furono ‘bruciati’ da una certa impulsività decisionale che li esulava da scelte meglio ponderate necessarie a mantenere quello status acquisito e di primo piano, in modo da poter puntare esclusivamente a sistemare la carriera entro uno scenario di portata internazionale, gradatamente. Non erano una band studiata a tavolino, si manifestavano impetuosi e rivoluzionari sul palco, esuberanti e indiavolati durante quel primo capitolo della loro avventura discografica. Andare avanti senza ripensamenti: era questa la visione artistica del fondatore Wynn che su quelle coordinate aveva dato un’anima alla band, era in virtù di questi valori che suonavano e intendevano la musica e per cui avevano ragione di esistere.

Vennero però a galla le istanze di Karl Precoda, l’altra chitarra, che cozzavano con le vedute di Wynn. Le opposte visioni crearono attrito che, per quanto tenuto a bada, lavorava sottotraccia logorando l’essenza del progetto. Comunque sia, l’integrità sonora posseduta, rivoluzionaria e unica, li discostava dagli altri gruppi della scena Paisley; e questo sino al 1990, data in cui il testimone passò al nascente movimento grunge, che ripescava comunque da elementi sonori targati Dream Syndicate.

Non solo, altri fattori sono presi in esame per dare un quadro complessivo di valutazione degli agenti esterni che destabilizzarono la band. Innanzitutto questa si affermava quale novità in un clima dettato dai furori degli stravolgimenti del punk, come dagli attraversamenti lineari del sounding new wave; accerchiata di lì a poco dall’avvento della digitalizzazione e dal circuito mainstream di MTV, laddove le logiche della produzione erano in netto cambiamento e l’atteggiamento delle band diventava più concentrato e attento, diremmo non spregiudicato, premuroso di far convergere la musica in un prodotto che avesse la forza di imporsi sul mercato; una prassi che rodeva, snaturava l’idea fondativa dello spirito free e improvvisativo dei Syndicate.

Memorabile in tal senso, sebbene non totalmente fausta, è l’esperienza vissuta col quotato produttore Sandy Pearlman scelto per il secondo album “Medecine Show“, in scuderia alla ‘generosa’ A&M Records. Resoconto a tratti persino divertente nell’accorata esposizione che ne fornisce Mr. Wynn, dato il gioco dei contrasti che si venne a creare. Purtroppo ai nostri mancano esperienze del mondo discografico e il passo fatto con la major si risolve in una grande lezione di temperamento e di comprensione su come funzionavano, comunque scritte nel contratto, le cose in studio e soprattutto nel riscontro sul piano finanziario circa la gestione dell’operazione che rischiava di inflazionarsi a causa dei tempi lunghi di registrazione invece caldeggiati da Pearlman.

Va da sé che Steve Wynn mantiene in queste sue memorie una posizione interlocutoria con sé stesso; combina riflessioni dettate dall’urgenza dei diversi momenti descritti, che furono cruciali, visti dalla posizione della sua esperienza musicale di allora e di oggi, lasciandosi andare a interessanti confidenze col lettore, non riuscendo mai ingombrante; anzi, ne viene fuori il carattere di un uomo tenace, coraggioso, dotato di grande forza spirituale che ha potuto affrontare, reggere e dare un corso alternativo alle importanti difficoltà della vita, probabilmente perché sorretto da solide basi caratteriali che gli hanno permesso di crescere e poi affermarsi. Di grande rilievo il riconoscere che, se pur le condotte tenute in passato non siano state sempre gestite nella maniera adeguata o profittevole da coglierne il giusto vantaggio, adesso, nel tirare le somme in questo memoir, Mr. Wynn trova senza dubbio ampia credibilità grazie all’onestà intellettuale in cui ha infuso il libro.

Infine una riflessione stilistica: Steve è sempre stato una buona penna e il fatto consente di poter fare un paragone arbitrario: se Jack Kerouac inventò la scrittura jazz, qui si può di certo parlare di scrittura Dream Syndicate, perché quell’effetto corroborante generato dalle parole lo si può realizzare maggiormente sovrapponendo alla lettura la musica di quel loro bellissimo primo album, capace di incidere sul ritmo delle frasi col trascinante groove, dentro cui i Dream Syndicate hanno distillato un mix sonico indimenticabile e di incredibile presa che, ancor di più unito al testo, invoglia all’entusiasmo, affiorando potente e pacificamente eversivo. Grazie Steve!

Autore: Steve Wynn
Traduzione: Gianluca Testani
Uscita: 31/01/2025
Editore: Jimenez Edizioni
Pagine: 300
Prezzo: € 22,00

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