Gazebo Penguins – Temporale

Recensione del disco “Temporale” (Dischi Sotterranei, 2025) dei Gazebo Penguins. A cura di Davide Bonfanti.

Come ti spieghi se non sai chi sei?
[…]
Siamo quello che sappiamo di noi stessi
Senza memoria è come non vedersi

Se vogliamo parlare di “Temporale”, la nuova uscita dei Gazebo Penguins, questi estratti di Mnemosyne – uno dei brani più carichi del disco sia a livello concettuale che di atmosfere – sono un ottimo punto di partenza. Per coglierne il senso, infatti, bisogna avere ben chiara l’identità della band correggese: l’esplosività di un centometrista olimpionico unita alla sconclusionata malinconica quotidianità di certi vecchietti di paese. Due tratti, questi, andati parzialmente in ombra nelle uscite più recenti, vogliose di raggiungere una maturità diversa: il prezzo da pagare è stato però un addomesticamento dei suoni, solo a sprazzi rischiarato dall’antica dirompenza, e il volgersi ad una narrazione più seria – a tratti perfino seriosa.

Temporale” nasce in continuità con il precedente “Quanto” nel voler essere un concept album scientifico: mentre quest’ultimo verteva sulla fisica, in “Temporale” sono le neuroscienze a farla da padrone. Il pretesto del leitmotiv neuroscientifico diventa l’occasione per affrontare in realtà una serie di domande ben più radicali: chi siamo noi? Che cosa determina la nostra identità, i nostri valori, il senso di ciò che vediamo ogni giorno?

Ascoltando il disco ci si rende conto abbastanza presto che i primi veri destinatari di queste domande sono gli stessi Gazebo Penguins, con ciascun pezzo a formare un tentativo di possibile risposta. I quattro si calano alla perfezione nel loro racconto sul cervello, impersonificandone il tratto principale: come il cervello è l’unico organo capace di pensare se stesso, così qui i Gazebo Penguins pensano se stessi e la natura della propria musica.

Le nove canzoni diventano quindi per il gruppo un’occasione per (ri)scoprirsi. L’apertura di Gestalt è uno dei momenti di punta del disco, una finestra sul futuro delle sonorità della band: una la perfetta fusione tra l’ossessiva ciclicità post-rock e le vampate emo degli esordi, con quel tocco di ottoni ad arricchire il tutto. Segue la già citata Mnemosyne, che avrei voluto far ascoltare a mia nonna prima che morisse senza ricordarsi chi fossi. Con Inospitale sembra di tornare ai bei vecchi tempi, un inno lanciatissimo e allucinato su quanto la testa non sia un bel posto – e come dargli torto? La conclusione affidata alla doppietta Finisce male e Strani animali – difficile non percepirli l’uno come la continuazione dell’altro – dilata le atmosfere rallentandone i battiti, una pausa di riflessione su quanto ascoltato fino ad ora.

Certo, in alcuni momenti il disco brilla meno: le concessioni dei Gazebo Penguins al loro lato più pop (Quasi) faticano ancora a lasciare il segno. Ma al netto di qualche traccia che verrà skippata un po’ più delle altre, “Temporale” rimane un bel disco, sicuramente il loro migliore da un po’ di anni a questa parte, capace di sintetizzare l’identità della band tra la cazzoneria post-adolescenziale degli esordi e un tratto più articolato e complesso, a cui i nostri puntano ormai da qualche disco.

Un album che traghetta l’identità della band fuori dal cervello dei suoi membri, per farcela vedere. E quello che vediamo ci piace.

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