Cowards – God Hate Cowards
Recensione del disco “God Hate Cowards” (Bloody Sound, 2025) dei Cowards. A cura di Simone Grazzi.
Un orso si sposta goffamente, con passo,…direi, irregolare, nel flusso irregolare della gente che scontra.
Così potrei e così ho voglia di iniziare questa recensione del nuovo album dei marchigiani Cowards, power trio formatosi a Recanati nel 2019 e che in questi pochi anni ha già attraversato storie, direi, complicate, dolorose (…e chi sa, sa), ma anche genitrici di un suono ben identificativo e personale che fortemente li caratterizza.
Le radici sonore, così come l’incipit di questa mia narrazione sottolinea, sono da ritrovarsi in quella scena musicale alternativa di quella seconda metà degli anni Novanta che ancora oggi ispira così tante band dedite al fragore abrasivo di quelle chitarre stropicciate, sfocate, che vengono così come sono, che puzzano di profumi alla moda, soniche, sopravvissute, recluse in gabbie arrugginite o strette in catene.
E con le citazioni per adesso mi fermerei qui. Magari le riprendiamo più avanti, tanto credo sia tutto chiaro, no?
Si parte con I Hate You, Storm e Stay Away, le prime tre tracce dell’album e già è tutto sufficientemente chiaro. La linea da seguire è tracciata. Precisa. Ipnotica. Martellante. C’è del noise nell’aria, ma anche sospensioni da sessioni desertiche e teste che ballonzolano fissando la punta delle proprie scarpe.
Le velocità sono arroganti, sfrontate e Dystopian City, traccia numero 4, è di fatto una locomotiva di svariate tonnellate puntata a fari spenti nella notte, dritta come una lama. Non opponetevi al suo incedere. Tanto non la potete fermare. E non provateci neanche. Io non mi sono opposto. Ne sono stato travolto. Ed è stato bello. Ancor più incessante è Barefoot Walking In Head, dove l’inizio è davvero da martello pneumatico!
Superata la metà del disco, arrivati ad About A Friend, traccia numero 6 di questo nuovo album a firma Giulia Tanoni, Luca Piccinini e Michele Prosperi, aka…Cowards, accade qualcosa. La velocità diminuisce, il fragore rimane, il ritmo rallenta. Momento di riflessione. Pensieri che volano alti, forse lassù. Assieme alla già citata Storm, questo è l’unico momento di quiete di tutto il disco, ma il distrarsi non è contemplato (…e soprattutto consigliato!) perché i chilometri orari tornano subito a risalire rapidi e ripidi nelle successive WTF? E 3020. Chitarra, batteria, voce e via di derapata in curva. Immagino orde di esseri umani in maglietta, pantaloncini e scarpette slacciate che si visisezionano in massicci poghi sotto a un qualche palco polveroso estivo. Non vedo l’ora! A conclusione dell’album arriva Scream!, dove sonorità nineties e sixties si matchano l’un l’altra che è un piacere.
Quella di “God Hate Cowards” è una storia che si è manifestata interessante sin dal suo primo movimento sonoro e che senza dubbio mostra una band pronta a fare un discreto salto. Il paese che sembra una scarpa, dove la vita è (apparentemente) facile, dove ogni singolo giorno sembrano meno gioie gioie che dolori e dove i milanesi ammazzano il sabato, potrebbe esser finalmente pronto per far nuovamente da quinta di sfondo a una nuova generazione di band capaci di dare credibilità a quei tessuti musicali sotterranei che iniziano a mancare ormai da troppo tempo.
Io personalmente incrocio le dita!




