Neil Young – Oceanside Countryside
Recensione del disco “Oceanside Countryside” (Reprise Records, 2025) di Neil Young. A cura di Cinzia Milite.
Un disco perduto, riesumato dai meandri del tempo, ha sempre un fascino tutto suo. Nel caso di Neil Young, poi, il fascino si mescola alla sensazione di un universo parallelo che si apre improvvisamente, rivelando cosa sarebbe potuto essere se il tempo avesse preso una strada diversa. “Oceanside Countryside” è questo: un sentiero mai battuto che finalmente si lascia percorrere.
Registrato tra la fine della primavera e l’inverno del 1977 tra Florida e Malibu, il disco rappresenta un momento sospeso nella carriera di Young, una collezione di brani acustici con forti venature country che galleggiava in un limbo mentre il musicista canadese procedeva verso altre mete. Il titolo evoca il contrasto tra l’orizzonte aperto dell’oceano e la polvere delle strade sterrate: un’immagine che calza perfettamente al suono di queste tracce, sciolte e leggere rispetto ad American Stars ‘n Bars, ma meno ingessate rispetto a Comes A Time. La copertina, con Young seduto su un mucchio di assi, camicia a quadri e cappello da cowboy, strizza l’occhio ai bootleg d’annata, come quello di Chrome Dreams.
Di inedito c’è poco, e qui sta il limite (o il pregio, dipende da quanto si è maniacali). Nove delle dieci tracce sono già note, sparse in altri album: Rust Never Sleeps, Hawks and Doves, Comes A Time e via dicendo. L’unica novità è It Might Have Been, che si concede completamente alla malinconia country con uno strumming ipnotico e un violino che sembra quasi un lamento. Un pezzo di quelli che, ascoltandoli, fanno venir voglia di respirare l’aria dell’oceano con uno sguardo perso nel vuoto.
Tutte le canzoni sono leggermente diverse dalle loro versioni note: il coro di bambini in Lost In Space funziona meglio, The Old Homestead qui ha un respiro più largo e una cadenza più morbida. Per chi ama i dettagli e si diverte a confrontare le variazioni, è una piccola miniera d’oro. Ma per il pubblico casuale, il rischio è quello di avere la sensazione di un deja-vu.
Ed ecco la domanda di fondo: quanto senso ha, oggi, un’operazione del genere? Se “Oceanside Countryside” anticipa una serie di pubblicazioni d’archivio, ci sarà davvero richiesta per altre collezioni di versioni alternative? Oppure, dopo gioielli come Homegrown e Chrome Dreams, stiamo semplicemente raschiando il fondo di una bottiglia già scolata? Il fatto che Young abbia utilizzato quasi tutte queste canzoni in altri album suggerisce che il disco, all’epoca, non fosse percepito come un’entità coesa.
Ma alla fine poco importa: “Oceanside Countryside” è finalmente qui, un piccolo tassello di storia che si incastra nella discografia sterminata di un artista che sembra aver vissuto almeno tre vite. E, chissà, magari ” I go back to look at the countryside by the ocean” sarebbe stato un titolo più onesto. Ma “Oceanside Countryside” ha il suono giusto: quello di un sogno svanito che si è rifatto vivo quando ormai nessuno ci pensava più.




