Casino Royale: 30 anni sempre più vicini
L’arte che sopravvive è quella che continua a porre domande, non quella che fornisce risposte immediate. “Sempre più vicini” è uno di quei rari album che non si limitano a raccontare il proprio tempo, ma riescono a dialogare con il presente.

C’è qualcosa di stranamente familiare, quasi di malinconico nel riascoltare “Sempre più vicini” trent’anni dopo la sua uscita. È come ritrovare un vecchio paio di scarpe consumate ma incredibilmente comode, quelle che hai indossato nei momenti cruciali della tua vita, e renderti conto che calzano ancora alla perfezione. Un paese in transizione, sospeso tra le ambizioni internazionali e le sue contraddizioni culturali, tra un’identità da reinventare e il peso di un passato che non smette mai di farsi sentire. Non solo perché il tempo, come sempre, si è divertito a ridistribuire le sue carte tra nostalgia e rilevanza, ma perché quell’Italia di metà anni ’90 che i Casino Royale raccontavano non è poi così diversa da quella di oggi.
Nel 1995, mentre il britpop dominava il mercato discografico anglosassone e il trip hop di Bristol ridefiniva i confini della musica elettronica, in Italia la scena indipendente stava vivendo un fermento creativo senza precedenti. I Casino Royale erano già una creatura cangiante: nati sulla scia dello ska e del reggae, con influenze punk e una passione per la cultura black britannica, avevano già messo in discussione il loro suono più volte. “Sempre più vicini” non fu solo il loro album più maturo, ma anche quello che segnò il loro ingresso in una dimensione nuova, dove il groove e la sperimentazione sonora si fondevano con un lirismo introspettivo che ancora oggi conserva la sua urgenza.
Il disco nasce dalla collaborazione con Ben Young, produttore che aveva già lavorato su alcune delle migliori produzioni della scena di Bristol. Young portò nei Casino Royale quel senso di profondità sonora tipico della scuola trip hop, lavorando sulle texture dei brani per creare un effetto cinematografico. Il suo approccio ricordava il lavoro di Geoff Barrow dei Portishead o di Mushroom dei Massive Attack, produttori capaci di trasformare il minimalismo elettronico in un’esperienza stratificata. Brani come Cose Difficili e Anno Zero rivelano proprio questa influenza, con arrangiamenti che alternano momenti di tensione claustrofobica a esplosioni di groove che suggeriscono una via di fuga, un respiro nel caos: un suono caratterizzato da ritmi sincopati, atmosfere sospese tra malinconia e tensione urbana. Bassi avvolgenti che sembrano risuonare nei vicoli umidi della città inglese.
La sua produzione permise alla band di espandere il proprio linguaggio, rendendo “Sempre più vicini” un album capace di coniugare la fisicità del groove con una riflessività quasi esistenzialista. È proprio questa cifra stilistica, che avvicina i Casino Royale a un immaginario più internazionale. Ma qui non c’è solo l’estetica del trip hop o il languore delle sonorità downbeat: c’è un’Italia che inizia a guardarsi dentro e a raccontarsi con un linguaggio inedito.
L’album è un equilibrio perfetto tra tensione e rilascio, tra consapevolezza urbana e ricerca spirituale. Brani come Suona Ancora e Cose Difficili sono manifesti emotivi che non si limitano a descrivere, ma cercano di interpretare una generazione in bilico tra sogno e disillusione. La voce di Giuliano Palma si muove sinuosa, mentre Alioscia Bisceglia porta la sua declamazione rap in un dialogo continuo tra melodia e ritmo.
E poi c’è Guarda in Alto, forse il brano più struggente dell’intero lavoro. Un pezzo che, in una sorta di anticipazione di certa elettronica emotiva che verrà solo anni dopo, trasforma il lutto in resistenza, la perdita in un mantra di sopravvivenza.
Ricordo la prima volta che ho ascoltato questo disco. Era un momento in cui la musica si scopriva attraverso il passaparola, quando le compilation registrate su cassette erano piccoli tesori personali e ogni nuova scoperta sembrava un rito iniziatico. Il mondo della musica indipendente italiana era in fermento: dai Marlene Kuntz agli Afterhours, passando per i Subsonica e Bluvertigo. Ma nelle mie orecchie ancora acerbe in quegli anni suonavano a tutto volume anche i Litfiba più incazzati – ma anche più mainstream – della metà degli anni ’90. C’era un senso di urgenza, di sperimentazione continua, che si rifletteva nel modo in cui gli artisti rielaboravano le influenze internazionali senza perdere una propria identità.
“Sempre più vicini” si inseriva perfettamente in questo contesto, con il suo suono contaminato e l’attitudine che mescolava consapevolezza sociale e ricerca sonora. Riascoltarlo oggi è come riaprire un libro che hai letto da ragazzo e trovare nuove sfumature che allora non eri in grado di cogliere.

Era un pomeriggio qualunque della fine degli anni ’90, quando la musica non era ancora liquida e l’idea di scoprire un album significava prendersi il tempo di ascoltarlo dall’inizio alla fine. “Sempre più vicini” mi arrivò in una cassetta consumata, passata di mano in mano tra gli amici di mio fratello, con la copertina sgualcita e una scritta a penna sopra che diceva solo “ascoltalo”. E lo feci. C’erano pezzi che suonavano familiari, forse perché li avevo già incrociati nei videoclip di MTV, ma la vera epifania fu quel senso di viaggio, di movimento costante dentro le tracce, come se ogni brano fosse un’istantanea di una notte in città, di un ritorno a casa alle prime luci dell’alba, di un’Italia che sembrava lontana ma che era proprio lì, fuori dalla finestra.
A trent’anni di distanza, è interessante notare come le tensioni raccontate nel disco siano ancora vive. Le tematiche di alienazione urbana, il desiderio di trovare un posto nel mondo e la difficoltà di comunicare autenticamente in una società sempre più frammentata sono problemi che oggi, nell’era dei social network e della digitalizzazione forzata, suonano ancora più rilevanti. La città che divora e aliena si è trasformata in un cyberspazio fatto di connessioni continue ma di solitudine latente, il desiderio di fuga e di appartenenza si riflette nei flussi migratori interni ed esterni, e la ricerca di un’identità sonora autentica si scontra con un’industria musicale sempre più ossessionata dalla performance algoritmica.
In questo senso, “Sempre più vicini” sembra quasi prefigurare il disagio contemporaneo, con il suo mix di inquietudine e ricerca di significato, dimostrando come un’opera nata trent’anni fa possa ancora risuonare con le ansie e le aspirazioni delle nuove generazioni. Brani come Anno Zero parlano di un senso di sospensione e rinnovamento continuo: “L’alba ha il suono di chi si è perso, di chi aspetta senza tempo“, versi che potrebbero essere stati scritti oggi, in un mondo che sembra oscillare tra stagnazione e rivoluzione permanente. Il bisogno di tradurre in suono il caos interiore: questi temi rimangono immutati, attraversano epoche e generazioni, rendendo Sempre più vicini un album che continua a essere riascoltato non solo per nostalgia, ma per la sua straordinaria capacità di fotografare il presente in ogni epoca.
Oggi, la riscoperta degli anni ’90 è un fenomeno culturale sempre più pervasivo. Lo vediamo non solo nella musica, ma anche nella moda, nel cinema e persino nelle serie TV, che attingono costantemente all’estetica e all’immaginario di quel decennio. Artisti contemporanei come Dua Lipa e The Weeknd incorporano sonorità che richiamano il trip hop e l’R&B di fine millennio, mentre band come i Fontaines D.C. e i Black Country, New Road riecheggiano l’urgenza esistenziale del britpop e del post-punk di quegli anni. Anche in Italia, il ritorno di Neffa con Aspettando il sole a Sanremo 2025, uno dei brani più iconici del decennio, con il ritornello ancora una volta cantato da Giuliano Palma, è solo la punta dell’iceberg di un processo di riscoperta più ampio, che abbraccia il rap conscious, il funk metropolitano e le produzioni elettroniche minimali che caratterizzavano la fine degli anni ’90. È un revival che non si limita a riproporre nostalgicamente un’estetica, ma che cerca di reinterpretarla e attualizzarla, dimostrando quanto quell’epoca avesse ancora molto da dire.
Le sonorità di quel decennio stanno tornando in primo piano, non solo nel revival estetico che popola i social, ma anche nei riferimenti diretti della musica contemporanea. È una sorta di cortocircuito temporale: chi era un ragazzo negli anni ’90 rivede oggi quelle sonorità affermarsi in un nuovo contesto, scoprendo quanto l’impronta di certi dischi sia rimasta impressa nella coscienza collettiva.
Ma c’è qualcosa di più profondo in questa nostalgia. Non è solo il ricordo di un’epoca musicale, ma il desiderio di recuperare il senso di una musica che sapeva essere contaminazione, che non si accontentava di suonare rassicurante, ma cercava di raccontare un presente irrequieto. “Sempre più vicini” è il perfetto esempio di un album che non voleva solo intrattenere, ma costruire un ponte tra le tensioni sociali e la dimensione più intima dell’esperienza urbana. In un’epoca in cui la musica indipendente stava iniziando a farsi più consapevole, i Casino Royale riuscirono a intercettare una nuova esigenza espressiva: quella di raccontare il disorientamento senza edulcorarlo, di lasciare spazio alla fragilità senza renderla uno slogan.
Questo album non appartiene al passato, ma al tempo sospeso di ogni grande opera, quella che sa parlare oltre il momento in cui è stata creata. È la perla perfetta tra il diretto e dai richiami Mr Bungle-iani “Dainamaita” e il bello, ma difficile e sfortunato “CRX“. “Sempre più vicini” coniuga perfettamente la sperimentazione a quella rara capacità di arrivare al cuore passando per la testa, riuscendo a mantenere un equilibrio tra immediatezza e profondità che pochi album italiani hanno saputo raggiungere.
Un classico a tutti gli effetti, nel senso più profondo del termine: non perché vecchio, ma perché è ancora in grado di parlare a chiunque abbia voglia di ascoltare. La vera grandezza di un’opera musicale si misura non solo nella sua capacità di definire un’epoca, ma nella sua resistenza all’erosione del tempo, nella sua capacità di trovare nuove orecchie, nuove interpretazioni, nuovi spazi in cui risuonare. L’arte che sopravvive è quella che continua a porre domande, non quella che fornisce risposte immediate. “Sempre più vicini” è uno di quei rari album che non si limitano a raccontare il proprio tempo, ma riescono a dialogare con il presente, rimanendo attuali proprio perché la loro essenza non è mai stata legata a una moda passeggera, ma a un bisogno più profondo: quello di dare voce a chi si sente sospeso tra il desiderio di appartenenza e la necessità di fuga.





