Baustelle – El Galactico

Recensione del disco “El Galactico” (BMG, 2025) dei Baustelle. A cura di Angela Denise Laudato.

Dopo l’elettropop dei due volumi de “L’amore e la violenza” e la sinfonia barocca de “I mistici dell’Occidente” e “Fantasma”, a quasi due anni esatti da “Elvis”, disco dell’ennesima svolta stilistica della band di Montepulciano, i Baustelle tornano con un decimo album di inediti, rock ed effervescente, “El Galctico”. I dodici brani che formano il disco, di cui due strumentali, sono scintillanti e abrasivi allo stesso tempo, proiettili sparati in aria che affrontano tematiche cupe e dolorose, ma lo fanno accompagnati da un sound solare che rimanda al rock degli anni ‘60 e alle spiagge della California, precisamente a Laurel Canyon, tra le colline di Los Angeles.

In preda ad una vera e propria bulimia lirica, le tracce si susseguono cantando una sorta di vitalismo psichedelico, disperato e rassegnato; un punto di vista su un presente complicato, violento, sessista. “El Galactico” è un disco che prima urla e poi ti abbraccia con la sua rivoluzione poetica, tra profondità e leggerezza. Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini sembrano personaggi un un romanzo o di un vecchio film, così iconici e raffinati. 

In apertura troviamo Pesaro, città che col suo lungomare fa da sfondo ad un dolore intimo e ruggente: “Eppure io ti amo, sai? / Anche se all’orizzonte se ne va la nave delle possibilità”. Spogliami suona come una richiesta di libertà, un desiderio di purificazione, spogliarsi da strati, sovrastrutture per tornare alla vera nudità: “Quindi spogliami / Dei trucchi, del cinismo, dei cosmetici / Il quadro è deprimente”.
Segue  Canzone verde, Amore tossico, ode cinica e lucida al disastro ambientale che viviamo e alle colpe intergenerazionali: “Amore tossico, amore mortale / Immondizia musicale / Voglia di andar via per sempre / E di non tornare più / Estate di plastica, estate immorale / Per dimenticarmi di te / Fabbrico nella mia mente / Allucinazioni, pensieri, parolе / E mi blocco col verde allo stop”.

Filosofia di Moana è una riflessione cinica e sottilmente ironica sulla pornografia quotidiana dei nostri giorni, attraverso la figura della celebre pornostar Moana Pozzi, donna che ha incarnato la libertà sessuale e tutte le contraddizioni di un’esistenza vissuta in pubblico: “Porno è la bellezza /Se lo sfascio va veloce”. Una storia di cronica è posta al centro del commovente brano Una storia, che affronta l’attualissima e spinosa tematica del revenge porn. Una giovane donna, una violenza e una notizia che diventa spettacolo: “Che cosa penseranno adesso di me? / Di questo schifo che c’è? / Di questo fiume di storie senza storia? / Perché Se merda c’è solamente / A questo crede la gente che non sa dove va / Che cosa mai diranno gli altri di me? / Non piangeranno perché / In questo video non c’è la prova certa di un senso / Mi viene voglia di essere una foglia / E dal vento farmi portare via”.L’imitazione dell’amore è un’aspra critica dal ritmo battente allo svilimento dei sentimenti, svuotati di senso, diventando irreali e venduti alle masse: “C’è una cattiva imitazione dell’amore / Che percorre il mondo / Prende forma, è micidiale / E io non sento più canzoni nuove che raccontino di noi”. Folk e filosofia si intrecciano nel brano successivo, L’arte di lasciar andare, con un invito a sciogliere tutti i nodi del passato, perché lasciar andare, troppe volte, resta l’unico gesto d’amore possibile: “L’arte di lasciar andare è meglio di scopare / Forse il vero amore è questo volontario naufragare nella realtà / Se sapеssimo soltanto dare per abbandonare / Senza più cercare di voler capire questa vita che senso ha”.

Giulia come stai è una delle tracce più evocative del disco. Già dal titolo del brano si capisce che non siamo di fronte ad una semplice domanda, ma siamo invitati a guardarci dentro in quella sottile riflessione tra il desiderio di comunicare e la difficoltà a riuscire a farlo sinceramente: “Buongiorno, Giulia, come stai / Hai pianto troppo e adesso sai / Che mentre tutto brucia / C’è un fiore che non muore mai / Se il mondo se ne fotte / Del nostro futuro, dei nostri guai / Tu non aver paura mai / Perché la guerra è mondiale / Ma l’estate è nostra”.

Lanzarote è una ballad serrata con Bastreghi come prima voce, sospinta da organo e archi, che canta di un cuore spezzato e della tentazione di affogare: “Super, esco a bere una cosa / Ho una stella che è esplosa / Nella tasca delle emozioni / Vuota però è come mi sento / Un posizionamento / Dentro un’orbita di illusioni”. Segue La nebbia, come una parentesi di voce e orchestra in un’atmosfera opaca e rarefatta: “Tu sei la mia vita / Sei calata come nebbia / Cancellando la realtà / Che è troppo triste e mi fa male / Sei come la nebbia, eccezionale / Col pianeta che si scalda e va”.
In chiusura troviamo il secondo strumentale Non è un fine, che come il precedente Per Sempre, richiama alla memoria il sound di Morricone, ma con contaminazioni folk e psichedeliche. Le splendide stratificazioni della composizione concludono, così, il viaggio nostalgico di “El Galactico”.

Ipnotico, vintage e visionario, “El Galactico” dei Baustelle è un disco malinconicamente luminoso, da ballare su una spiaggia  californiana con le lacrime agli occhi. Un disco che è una vera e propria esperienza multisensoriale: mentre lo si ascolta, le immagini evocate nelle tracce ti scivolano davanti come la pellicola di un vecchio film, che ti resta addosso, “lucente e malinconico come un tramonto”.

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