I Cani – post mortem

Recensione del disco “Post Mortem” (42 Records, 2025) de I Cani. A cura di Giovanni Paladino.

Diane, ore 10:14, durante il prematuro coffee break signori! ed il solito scrolling (re)furtivo sui vari social, newsletter e abbonamenti- non abbonamenti a riviste personalmente poco raccomandabili, mi imbatto in una notizia sconvolgente per noi poveri millennials cresciuti a pane, crisi economia e no future: è uscito il novo album de I Cani. Cosa vuol dire? Vuol dire che la rassegnante, estenuante e gratuitamente crudele attesa è finita. Niccolò Contessa resuscita dalle ceneri come un milite ignoto conosciuto, dopo aver abbandonato milioni di illusi seguaci senza alcun epitaffio esplicito su cui crogiolarsi e senza un padre artefice di quella stessa rea illusione.

Andiamo a noi: “post mortem”, uscito per 42 Records, partorisce la morte dei colori dei precedenti lavori, con suoni dark e lo-fi, molto più distorti e graffianti. Ci si trova in un viaggio interstellare che porta ad una dimensione nolaniana da dove è possibile osservare il mondo odierno, impossibilitati ed impotenti di fronte al disfacimento sociale e a quell’involuzione già raccontata in passato ma che è peggio di quanto ci si potesse aspettare.

La colpevolizzazione è un futile e riduttivo compromesso da accettare dal momento in cui ognuno è artefice del proprio destino ed è proprio da questa asserzione che Io, prima traccia del disco, apre con un estratto dal film “Stalker” di Tarkovskij, legandosi perfettamente al compatimento struggente di una realtà soggettiva in cui è preferibile responsabilizzarsi piuttosto che biasimare gli altri. Proseguendo nell’ascolto incontriamo Buco nero, dove tastiere laceranti e un basso new wave accompagnano una sottesa critica alle imposizioni etiche e alle regole che qualcuno ha deciso di adottare per consuetudine e non per natura.  

Il nostro Niccolò ad un certo punto però decide di impazzire e in colpo di tosse si fa Mac Demarco, con le tipiche chitarre corate e cantilenanti del canadese ma con synth elettrici e ammattiti, tutti di stampo capitolino. Una deviazione sonoramente ubriaca che si contrappone a quella più inquieta e intima delle altre tracce. Il post sbornia termina e l’analisi del mondo odierno continua con davos, dove il focus diventa il credo umano, sia quello spirituale che terreno, decantandone le diversità tramite ironiche dicotomie: dalle preghiere verso La Mecca a quelle in after party, dalle partenze di lusso per le Maldive a quelle belliche per il Donbass. L’utilizzo di percussioni pesanti e cadenzate rende il tutto più severo e categorico, come se l’idea di ognuno fosse sempre e comunque migliore di quella del prossimo, concetto proprio della cultura dell’individualismo radicata in noi. 

In felice un miserere sonoro e vocale ricorda la sacralità di Franco Battiato e si congiunge solennemente al decadimento della società e della cultura, citando l’ultimo degli Baddenbrook nella distruzione dell’eredità familiare e la metamorfosi di Gregor Samsa nel disagio introspettivo. Un senso di avvilimento abbraccia tutto il pezzo, il quale sul finale chiude con un altro estratto dal film di Tarkovskij, rimarcando la speranza umana di mantenere la pregevolezza e il merito guadagnati fino a questo punto della vita e della storia. Il momento di raccoglimento si trasforma in attimo di irrequietezza con nella parte del mondo in cui sono nato, un mantra martellante alla CCCP di Io Sto Bene che rafforza il tema ridondante dei nauseanti costrutti sociali, ampiamente affrontati nei testi pungenti e sarcastici che hanno da sempre contraddistinto l’artista. Il clima distopico di buio accompagna la chiusura del disco che si congeda con un’altra onda, pezzo che ritorna alle arie più dolci e riflessive di “Aurora”: schitarrate acustiche e tastiere che si perdono nel riverbero della stanza immaginaria in cui la voce intimamente risuona. 

“post mortem” è la sintesi del risveglio traumatico dall’ibernazione forzata di questi anni. Lo si sente nei testi, più cinici e più oscuri, ma anche nei suoni, più malinconici e a volte grotteschi. Le aspettative erano alte e non ben definite ma sono state propriamente soddisfatte, sia per la credibilità dei testi che per la caparbietà dei suoni utilizzati. Contessa col tempo ha acquisito maturità e lucidità sulla visione della realtà, passando da racconti un po’ post-punk del passato ad una cronaca malinconica e meditata del presente. Questo disco è il racconto di visioni ed esperienze del tutto soggettive, descritte in un modo più viscerale e terreno del solito. Non esiste alcun tipo di gioiosa interpretazione della vita, siamo tutti creature di un mondo ormai irrecuperabile e vittime della sua stessa morale, quella che doveva essere salvezza ma che nel concreto si è rivelata distruzione.

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