Matthew Young – Undercurrents

Recensione del disco “Undercurrents” (Drag City, 2025) di Matthew Young. A cura di Maria Balsamo.

Dopo “Recurring Dreams” (del 1981 e ristampato nel 2014) e “Traveler’s Advisory” (del 1986, ristampato nel 2010), “Undercurrents” raccoglie otto tracce diverse tra loro che si fondono in maniera armonica. Il nuovo album di Matthew Young, prodotto dalla Drag City, racchiude in sé un mondo musicale accessibile ad un pubblico affezionato a diversi generi.

Matthew Young, classe 1950, è cresciuto a Lawrenceville nel New Jersey. Quando da ragazzino mostrò un precoce interesse musicale, i suoi genitori gli comprarono un pianoforte verticale. Durante l’adolescenza è cresciuto ascoltando icone come Eric Satie, Charles Ives, John Cage, Harry Partch e Brian Eno. In seguito ha iniziato a partecipare e a suonare a raduni di musica folk a Pine Barrens del New Jersey. Alla fine degli anni ’70, Young partecipò a Princeton a un seminario estivo sulla musica composta al computer. Profondamente ispirato, acquistò il proprio EMS Synthi e un registratore a nastro Rev ox e iniziò a lavorare sulla musica elettronica a casa. La sua musica iniziò quindi a comparire in produzioni teatrali locali, per arrivare poi nel 1981 alla pubblicazione di “Recurring Dreams“. In seguito, Young divenne appassionato del dulcimer a martello e nel 1986 pubblicò “Traveler’s Advisory“, un prodotto di elettronica e folk, effetti a nastro e introduzione di primi approcci al canto.

Undercurrents” è stato composto e registrato nell’arco di diversi decenni ed è in grado di mostrare la vasta gamma dei pallet sonori di Young. Si avvicinano alla sua produzione precedente i paesaggi elettronici che si snodano in forme coerenti tra loro. Ma possiamo dire che l’ultimo album di Young si discosta notevolmente dalla musica algoritmica, conferendo agli otto brani che lo compongono uno verso folk pastorale dalla capacità commovente.

Reflexion un quartetto di marimbe si intreccia sovrapponendo gli spazi sonori gli uni sugli altri. Gocce di elettronica cadono velocemente su una piattaforma trasparente. In un attimo il suolo è ricoperto da una plasticità astratta. Camminare sulla sua superficie è un’esperienze irreale. One and All una melodia di arpa viene sopraffatta da incantevoli effetti elettronici. L’astratto intreccio di pianoforte e matematica coniuga in una formula alchemica il particolare all’universale. Lo spazio si dilata, la realtà si fa unica, le barriere non ostacolano. The Summer Girls evidenzia l’approccio fragile di Young. Il tema della traccia è tratto delle poesie di Marion Lineaweaver. Un profondo senso di desiderio avvolge la canzone, avvicinandosi a una dimensione simile al synth pop. L’introspezione è protagonista delle note, conferendo all’ascoltatore la possibilità di lasciarsi andare ad un viaggio uditivo mistico e rivelatore. In Into the Woods Young suona il dulcimer a martello con la disciplina di un maestro. Nelle foreste ancestrali si rivela il fine ultimo dello stare al mondo. Il viaggio verso l’ignoto in un attimo si arresta. La pace e la fatica diventano un unico stato d’animo. Tredici minuti di esclusività sonora, pensati per un pubblico raffinato ed esigente.

La stampa descrisse il primo album di Young come “un lavoro di toni di tastiera liquidi ed effervescenti, con note che pizzicano e tremano e effetti sorprendenti, occasionalmente bizzarri”. Nel corso degli anni la musica di Young ha subito un accurato labor limae, così da poter raggiungere traguardi definiti e riconoscibili. Il cammino si è diretto verso una meta primitiva, da cui trae origine l’ispirazione sonora primordiale, quella che Young non sapeva ancora di avere negli anni in cui si stava avvicinando al folk con cauta ammirazione.

Oggi “Undercurrents” è un album tanto unico da poter essere definito un outsider della discografia internazionale.

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