Dropkick Murphys – For the People

Recensione del disco “For the People” (Dummy Luck Music/Play It Again Sam, 2025) dei Dropkick Murphys. A cura di Diego Civino.

Non c’è bisogno di interpretare troppo: “For the People” dice tutto fin dal titolo. I Dropkick Murphys non stanno cercando di tornare alle origini. Ci vivono ancora, ci dormono dentro, e ora ci hanno anche inciso un disco.

Dimenticate le ballate acustiche e lo spirito da saloon di Woody Guthrie: qui gli amplificatori sono di nuovo accesi, il tono si è fatto scuro, i cori più rabbiosi. Basta il primo minuto di Who’ll Stand with Us? per capire l’umore. È un appello, un ultimatum, un cartello affisso sui muri della città. Scegliere da che parte stare. Adesso, non domani. Il suono? Quello di un pugno battuto su un tavolo troppo fragile per reggere tutto il peso che gli hanno messo addosso.

Longshot, con gli Scratch, e Bury the Bones, con i Mary Wallopers, prendono il folk irlandese e lo portano dritto nel pit. Mandolini e banjo non servono a far colore. Sono armi. Emblemi di appartenenza, sudore, risate condivise in mezzo alla merda. E quando parte il ritornello, lo senti: quella roba lì non è nostalgia, è sopravvivenza.

Nel mezzo del disco si ride, sì, ma con i denti stretti. Kids Games è un manuale di cinismo travestito da canzone da pub, Sooner Kill ’Em First è il meme diventato bomba punk: tagliente, breve, velenosa. E mentre fuori impazzano complotti e messaggi vocali deliranti, i Murphys ti ricordano che ridere è il modo migliore per restare svegli.

Poi arriva la parte che ti spiazza. Chesterfields and Aftershave non fa la voce grossa. Non serve. È una lettera, una foto sbiadita, un abbraccio al nonno che ti ha insegnato tutto anche senza dirti mai niente. Streetlights è uguale: parla del padre, ma è per chiunque abbia avuto un’assenza da tenere insieme con lo scotch e la musica. Sono i due momenti più spogli e, proprio per questo, i più forti. Non ci sono sovraincisioni, solo emozioni nude che bruciano come graffi freschi.

La seconda metà del disco è un fuoco che divampa. The Big Man corre come una macchina truccata, omaggia Fletcher Dragge e ci mette dentro pure qualche sfottò. Fiending for the Lies pesta come un cavallo lanciato a tutta su un ponte di legno marcio, mentre The Vultures Circle High riporta la voce di Al Barr in cabina: breve, feroce, familiare. Una comparsata che fa rumore come un ritorno, e vale più di mille annunci ufficiali.

A chiudere ci pensa One Last Goodbye. Una canzone che non chiede silenzio ma rispetto. È il saluto a Shane MacGowan, fatto col cuore in mano e un bicchiere che trabocca. In sottofondo, gli Scratch suonano come se stessero tenendo in piedi un ricordo collettivo. E tu, che ascolti, ti ritrovi a cantare anche se non conosci le parole. Perché tanto, le senti lo stesso.

Sul fronte strumentale tutto funziona. Precisi senza mai essere freddi, affiatati come una gang. Matt Kelly e Kevin Rheault martellano come se fosse l’ultima notte del mondo. Tim BrennanJeff DaRosa e James Lynch si scambiano corde e fiati con una naturalezza che sembra improvvisazione ma è solo mestiere ben oliato. La produzione è chiara, ma non levigata: le chitarre graffiano, il basso pulsa, le pelli sudano.

For the People” non gioca a reinventare il punk. Gli sputa dentro vita vera. Non si nasconde dietro slogan, li tira fuori col sangue. Non cerca di piacere a chiunque, si rivolge a chi ha ancora qualcosa da perdere. E magari anche il coraggio di incazzarsi per gli altri. In un’epoca in cui tutto è algoritmo e vetrina, i Dropkick Murphys ti sbattono addosso un disco che sembra fatto apposta per ricordarti che esiste ancora un modo umano di stare al mondo: insieme, incazzati e a volume altissimo.

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