“Vienna”: il cambio di passo (e di epoca) degli Ultravox

Un disco che ha influenzato gran parte dei protagonisti della decade Ottanta, decisi ad affidare la loro carriera ad atmosfere soffuse che fanno da sfondo a poetiche sospese a metà tra il romanticismo e la malinconia.

La seconda metà degli anni ‘70 – dal punto di vista musicale – è un’era geologica compressa in un lustro. I fasti del prog sono terminati, la musica elettronica è da poco deflagrata in centro Europa e le sue schegge sono arrivate in ogni angolo, nel frattempo il punk ha fatto irruzione imponendo in modo frenetico il nuovo lessico del rock. Il 1977 è sicuramente l’elemento mediano di questo microcosmo e pochi artisti al pari degli Ultravox di John Foxx incarnano questo concetto. 

Nati a Londra qualche anno prima, traevano ispirazione artistica – non essenzialmente musicale – dai padri fondatori del modernariato britannico: i primi Pink Floyd, John Lennon, Brian Eno, ma solo quest’ultimo fornirà loro gli strumenti per stabilire una connessione con l’altro loro grande interesse, quel movimento proveniente dalla Germania e definito kraut-rock del quale fanno parte – su tutti – i Neu! e i Kraftwerk. Dopo svariati tentativi di composizione e di demo lasciati alle case discografiche, la Island li mette sotto contratto, a patto che il loro lavoro sia supervisionato dal produttore di Woodbridge. Foxx e soci non si fanno certo pregare e nel triennio 76/78 sfornano tre dischi. Quello centrale, “Ha! Ha! Ha!” (1977, appunto), anticipa i tempi della new wave e detta le linee guida di ciò che nel decennio successivo – a diverso titolo – verrà inserito nel calderone del post-punk. A titolo di cronaca, il loro mentore qualche mese dopo uscirà con “Before and After Science”.

Tuttavia, il santo e la festa passarono in fretta, così dopo un po’ di promozione per Systems of Romance – l’ultimo LP del trittico – e un tour negli Stati Uniti, sia Foxx che i discografici abbandonano il progetto Ultravox. Senza perdersi d’animo, il bassista Chris Cross, il batterista Warren Cann e il violinista/tastierista Billy Currie in breve tempo trovano in Midge Ure l’elemento giusto in termini di voce, leadership e affinità musicale, dal momento che anche lui da tempo sviluppa trame new wave. Successivamente, in modo quasi contemporaneo alla loro porta bussano la Chrysalis e Conny Plank, ingegnere del suono tedesco che già in passato li aveva seguiti, ma che in quel momento non vedeva l’ora di dar vita a tutte le ispirazioni mittel-europee della neonata formazione. Dopo estenuanti sessioni di prove, mutuando da Brian Eno l’ossessione per la cura di suoni, testi e post-produzione, l’11 luglio del 1980 viene pubblicato “Vienna”.   

Volendolo descriverecome un metaforico edificio, concepito da un visionario architetto che sembra venire dal futuro, Astradyne ne rappresenta le fondamenta e il pavimento livellato di un immaginario piano terra: la costruzione affonda le radici in tutto ciò che sono stati gli anni ‘70 prima dell’avvento del punk, giusto in mezzo a un tornado fatto di synth, drum machine, chitarre e violini che marciano trionfalmente salutando in poco più di sette minuti prog, elettronica e folk. La porta d’ingresso è Sleepwalk, vale a dire il punto di passaggio tra l’epoca di Foxx e quella di Midge Ure: un pezzo dai canoni tipicamente punk suonato con un sintetizzatore martellante, che per i tempi equivaleva ad un’invasione aliena. I muri perimetrali li piazza Mr. X, con quel reticolato di suoni così ipnotici e misteriosi da essere spendibili anche per il coetaneo “Shining” di Kubrick. E poi c’è Vienna, l’ascensore in grado di mandare in orbita tutto l’apparato in termini di successo commerciale: i dati di fine anno parlano di posizione numero 3 conquistata in patria nella chart ufficiale e ben cinque tra dischi d’oro e platino certificati in tutto il mondo.   

Incipit e accenti space, rimandi iniziali a ciò che è stato – e ha rappresentato – la kosmische-musik teutonica giusto un decennio prima: se i Tangerine Dream traevano ispirazione dall’allunaggio del 1969 – evento decisivo in mezzo ai tumulti post-sessantottini – l’io narrante di “Vienna” proviene sì da luoghi lontani, forse anche da un altro pianeta (Man Machine), ma il suo scopo è quello di compiere un viaggio attraverso il vecchio continente (New Europeans), evidenziandone vizi e virtù, ma al contempo nutrendo grossa preoccupazione per l’immediato futuro.

A proposito di futuro, la formula appena messa a punto dagli Ultravox è talmente convincente che è opinione unanime battere il ferro ancora in maniera decisa. Nel quadriennio successivo verranno così alla luce “Rage in Eden”, “Quartet” e “Lament”, suggellati dall’antologia “The Collection” del 1984. Ugualmente importante è però il lascito di “Vienna”, un disco che ha influenzato gran parte dei protagonisti della decade Ottanta, decisi ad affidare la loro carriera ad atmosfere soffuse che fanno da sfondo a poetiche sospese a metà tra il romanticismo e la malinconia.

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