Tyler, The Creator – Don’t Tap the Glass
Recensione del disco “Don’t Tap the Glass” (Columbia, 2025) di Tyler, The Creator. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Tyler, The Creator non ripete, tipo il famoso detto su Paganini, ma in fin dei conti piuttosto veritiero. Difficile bissare una roba come “Chromakopia”, per di più se il successore esce a meno di nove mesi di distanza. E infatti non bissa, e non vuole farlo, qua sta tutta la differenza.
Tyler, The Creator, che sì, a sorpresa caccia fuori “Don’t Tap the Glass” (come il 98% dei suoi dischi usciti finora), ma che con l’hype gioca come nessuno dei colleghi è in grado di fare oggigiorno. Facile, dite? Forse, chissà, il 2025 è il presente che non si fa futuro e via dicendo, ma la capacità di giocare con la propria immagine che ha Okonma sono anni che nessuno è in grado di pareggiare, quantomeno non in ambito “mainstream”. Perché tra virgolette? Perché non riesco a vederlo come un prodotto di consumo al pari di altri. Che volete farci? Ma è dal 2017 che esce per Columbia, e così è, se ci pare.
Tyler, The Creator col coraggio di pubblicare “Don’t Tap the Glass” proprio nel preciso istante in cui i Clipse (Pusha T e Malice, per i meno accorti) decidono di tornare in campo con IL disco rap. Ma che gli frega (tanto più che il buon T appare pure su un brano di quell’album lì)? Lui ha il potere dell’instant classic, e lo dimostra. Poche info anche nel comunicato stampa, anzi, praticamente nessuna. Anche questa è gestione dell’immagine. Controllo hypeistico. Pochi featuring, quasi nessuno, senza crediti veri e propri. A proposito di immagine, il suo personaggio a ‘sto giro è Big Poe, lo vedete in copertina, e si presenta sulla bombasitca, omonima, opener. Fa due cose, Tyler, caccia due sample pericolosi, Busta Rhymes e Shye Ben Tzur/Jonny Greenwood, richiama dal primo il Re Mida Pharrell Williams e cucina l’apertura perfetta: picchia, salta, sboccata e senza fronzoli, politicamente ampiamente scorretta, l’ex-N.E.R.D. che condivide il microfono segue, tagliano le mani a chi usa i telefoni al listening party, non si fidano dei bianchi coi dreadlock e il sample infine sorge, con Rhymes e il refrain di quel brano, fa saltare il banco.
Instant classic, dicevo. Ma non è l’unico. Synth baluginanti che riempiono l’aria, cassa dritta e Sugar on My Tongue com’è che non è il singolo dell’estate? So che così suona casuale, ma è giusto che esistano, certe cose. Sexy, sornione, il pezzo si innesta tra le sinapsi, il refrain è colloso “Like sugar on my tongue / Can’t stay away from you / Can I steal before I go?”, fa il suo dovere e fa il paio con Don’t You Worry Baby, imballata di R&B sentimento, reminescenze flowrboyiane, non a caso, non è mai un caso e la voce di Madison McFerrin a fare da contraltare. Doppia vecchia scuola, Don’t Tap that Glass / Tweakin’, la prima Novantiana, scratch e mid-tempo, piano che gira come un elicottero, barre acide e base col grasso che cola, “There’s a monster in it, don’t tap the glass” è l’avvertimento, la seconda fa un salto avanti nel nuovo Millennio, si fa cyberschool e tira per il collo, si sente come Slick Rick con le catene che porta Big Poe al collo, ferisce come un Gom-Gom Bazooka dritto nello stomaco e, per gradire, richiama dalla tomba pure Michael Jackson.
Abbandonata la weirdness? Mai. In meno di quattro minuti la doppietta Mommanem e Stop Playing with Me sono il colpo sotto la cintura. La prima aritmica e marcia fino al midollo, la seconda a bassi spianati, cassa mitragliatore e un avvertimento infausto “Fuck you and your dreams, stop playing with me”. Cartelle sui denti. Invece ipnoticamente stramboide è Tell Me What It Is, il beat rallentato all’eccesso che fa a botte con il falso-falsetto è una piccola delizia. Weird, sì, ma con classe.
Lasciatemi fare un parallelismo artistico, se mi è concesso: se “Chromakopia” era l’album espressionista di Tyler, questo “Don’t Tap the Glass” è la sua opera pop-art. Se facessimo un paragone vedremmo il secondo nella parte del fratellino minore meno dotato ma non è necessario farlo, basta godersi un altro, ripeto ancora e ancora, instant classic.




