Alice Cooper – The Revenge of Alice Cooper
Recensione del disco “The Revenge of Alice Cooper” (earMUSIC, 2025) degli Alice Cooper. A cura di Imma I.
Finalmente parliamo di musica. Questo ritorno in studio della rock band statunitense dopo oltre cinquanta anni è una delle cose più belle ascoltate da inizio anno ad oggi.
Nessuna pretesa di scimmiottare i giovani, o i tempi moderni, solo la voglia di tornare a fare musica insieme e l’esperimento è riuscito perfettamente per i quattro rimasti Vincent Furnier, Michael Bruce, Dennis Dunaway e Neal Smith. “The Revenge of Alice Cooper” è l’ottavo lavoro discografico per la band dai tempi di “Muscle of Love” ed è il trentesimo per il solo Vincent Furnier, frontman trasformista del gruppo.
In questo album non manca “quasi” niente, ritroviamo il rock duro e puro, la musica ottimamente suonata, le idee, la tecnica, un progetto ben articolato, studiato e, poi finalmente, proposto.
Il “quasi” sottolineato prima lascia intendere che qualcosina sia assente, in effetti si poteva dare un po’ più dentro sulla parte hard rock, ma c’è un ritorno alla fase folk, garage rock, post punk, shock rock, mentre non manca la narrativa horror con cui si apre il disco Black Mamba è difatti una canzone dalla bella introduzione terrificante, dritta al punto dell’atmosfera, alla quale ha partecipato anche Robby Krieger dei Doors. Con Wild Ones la melodia è più armonica, meno sofisticata, più shock rock e country, ma davvero molto buona. Up All Night, che è anche uno dei tre singoli, è una canzone che ci fa pensare alla notte nelle grandi città, in particolare a New York City e che ci trasmette tutta la giocosità della vita notturna sfrenata. In Kill the Flies ritornano le melodie orrorifiche, ma non mancano cori alla The Beach Boys.
One Night Stand ha una bella ritmica, pulita, coerente, e, a differenza delle altre, dove gli assoli sono davvero risicati, quasi strozzati, la chitarra di Michael Bruce qui si prende tutto il suo tempo e il suo spazio.
Blood on the Sun è una canzone con una metrica studiata alla perfezione, concepita per durare oltre sei minuti e strutturata con cura maniacale: si apre con una prima parte, per poi variare in una seconda strofa, fermarsi per il ritornello che sfocia in un ottimo assolo di chitarra elettrica, per poi ritornare in una terza parte strumentale corale e finire con il ritornello. È la canzone che si fa ricordare per la sua struttura e per la sua linea armonica.
“The Revenge of Alice Cooper” è un album che acquista forza e dinamicità nel racconto, man mano che le tracce progrediscono c’è anche una crescita nelle canzoni. A tal proposito anche in Crap That Gets In the Way of Your Dreams viene proposto vero hard rock puro, con l’assolo migliore dell’album. Famous Face segue lo stile hard rock della traccia che la precede e si ricorda per le belle slide prolungate. Money Screams è movimentata al punto giusto, molto garage, da spiaggia e si chiude in dissolvenza, facendoci rivivere quelle emozioni da musicassetta degli anni Ottanta/Novanta. In What a Syd si lascia ampio spazio alla batteria, anche in questo caso si chiude in dissolvenza, Inter Galactic Vagabond Blues è sicuramente tra le canzoni più riuscite dell’album con le sue tonalità marcatamente blues come suggerisce anche il titolo. Per assaggiare il vero rock’n’roll bisogna rivolgersi alla traccia dodici What Happened to You che dà una vera e propria sferzata adrenalinica, la chitarra fu registrata da Glen Buxton prima che morisse nel 1997 e rappresenta l’anello di congiunzione tra il passato e il presente.
Anche in I Ain’t Done Wrong c’è una mitragliata di batteria potente che picchia potentemente nei timpani. See You on the Other Side è la ballad, la canzone più dolce, ma anche più malinconica del disco, quella che ci viene lasciata in ricordo per quando dovremo incontrarci in un altro luogo, ci sono dei picchi rock anche per questo estremo saluto da parte degli Alice Cooper. L’album ha anche due bonus track, due vere chicche: Return of the Spliders, in una nuova versione degli anni Settanta che si credeva essere andata perduta e invece è stata ritrovata, e Titanic Overture, le due canzoni fanno sempre la loro bellissima figura.
Quindi, traendo le somme, cosa dobbiamo aggiungere? Sono notevoli l’impegno profuso per la realizzazione di questo disco e la voglia di rimettersi in gioco a distanza di oltre cinquanta anni e già questo meriterebbe un plauso, viene privilegiato il suono complessivo della band rispetto ai personalismi dei singoli (il che non guasta), mentre lo stile e la classe del gruppo, che ha fatto la storia della musica hard rock, emergono totalmente e non si possono non acclamare, è davvero un gran bel ritorno questo, per niente banale, molto ben concepito ma allo stesso tempo sincero e spontaneo.
Bisogna riconoscere che gli arzilli anzianotti danno del filo da torcere ai giovanotti che ci sono in giro. L’album è stato prodotto insieme a Bob Ezrin e segna l’inizio di un nuovo periodo musicale per la band statunitense che ha tutte le carte in regola per farci tornare a tremare e a sognare.




