Mac DeMarco – Guitar
Recensione del disco “Guitar” (Mac’s Record Label, 2025) di Mac DeMarco. A cura di Francesco Giordano.
Mac DeMarco non è mai stato un dio del rock. È sempre stato più l’amico sfatto con la chitarra scordata, quello che ti ride in faccia con i denti storti mentre fa lo scemo col cappellino da pesca. Uno che canta come Kermit la rana che prova a sedurre Miss Piggy, o come il tizio smunto che tossisce canzoni depresse in un salotto di provincia mentre gli altri rovistano nella cucina per trovare whiskey e birre. Niente virtuosismi, niente culto della tecnica: due dozzine di tab imparate su internet e la convinzione che bastino per fare musica. Eppure, contro ogni logica, Mac è diventato un simbolo generazionale. Non l’idolo, ma il portavoce della sbronza senza fine, dell’apatia millennial, del sorriso che nasconde un vuoto gigantesco.
Se non ti sei innamorato del suo casino tenero e autodistruttivo, la domanda è ovvia: perché lui? Perché questo clown malinconico è riuscito a diventare il Mac DeMarco, mentre mille altri “DeMarco” di provincia sono rimasti confinati a casa propria?
Forse la risposta è “Guitar“, il suo sesto album, registrato in due settimane a Los Angeles e pubblicato a 35 anni, dopo aver messo in archivio le sbronze infinite, un appartamento di Brooklyn impregnato di fumo e un padre morto troppo presto. Mac ha smesso di bere, ha smesso di fumare, ha mollato la città per un rifugio in British Columbia e si è ritrovato, per la prima volta, adulto. Non uno di quegli adulti vincenti, ma uno che sopravvive e prova a capire cosa resta.
Il disco è ridotto all’osso: chitarra elettrica, acustica, basso, batteria. Niente synth, niente abbellimenti da indie-pop da cameretta. È nudo. E in questa nudità c’è la vera rivelazione: la sua voce incrinata, stanca e sincera, che non ha mai suonato così umana. È come se Mac avesse deciso di smettere di giocare al giullare indie e avesse finalmente accettato di mostrarsi per quello che è: uno che ha fatto un sacco di cazzate e ora cerca un modo per uscirne vivo.
Il pezzo chiave è Nightmare. Parte storta, con la voce che arriva troppo presto, come se non riuscisse a trattenere quello che ha da dire. “Rimboccati le maniche, ragazzo, fuma tutto il pacchetto, non si torna indietro questa volta”. È la confessione di chi ha passato anni a provare a smettere di autodistruggersi e ancora non ci riesce del tutto. Ma c’è anche la gratitudine verso chi gli è rimasto accanto, Kiera McNally, compagna di sempre: una santa che ha sopportato il peggior Mac, quello da appartamenti luridi e risvegli tossici, e che ora si ritrova accanto un uomo che cerca almeno di meritarsela.
Il disco procede come una camminata piena di inciampi. Knockin suona come un funky sghembo in cui i rimpianti ti bussano alla porta proprio quando credevi di essertene liberato. Home è George Harrison sul letto d’ospedale, una visione di fantasmi che ti ricordano soltanto quello che hai perso. Ogni canzone è una pietra d’inciampo che Mac affronta con il passo goffo di chi non sa bene come superarla, ma insiste. Perché non ha scelta.
Ma “Guitar” non è solo resa dei conti: è anche futuro. Sweeter sembra un lamento imbambolato di chi ha distrutto tutto, eppure la promessa di cambiare – ripetuta con una sincerità spiazzante – ti fa quasi tifare per lui, come per una squadra sgangherata che non vince mai ma che speri faccia l’impresa (son del Toro, forse è proprio per questo che questa canzone mi piace tanto). Punishment è un’invocazione a trovare qualcosa che lo protegga da sé stesso, una preghiera laica. Holy è ancora più brutale: il desiderio di liberarsi da una maledizione che lo tiene legato al passato. È lì che capisci: il filo che lo lega al vecchio Mac si sta sfilacciando, e potresti persino sentire il momento esatto in cui si spezzerà.
C’è anche un livello più intimo, quello che rende il disco devastante. Io ci leggo un percorso che conosco: quando lui cantava di notti tossiche e mattine di merda, io ci vedevo il riflesso delle mie stesse abitudini ereditate, di quel passaggio maldestro all’età adulta. Oggi, ascoltando “Guitar“, ho la sensazione che anche Mac stia guardando nello stesso specchio incrinato, ma con un filo di luce in più. “Tutti quei giorni passati a scappare… che spreco di fiato”, canta, e sembra tirare fuori in tre secondi un sospiro che ha trattenuto per 35 anni.
Ecco perché Mac DeMarco è diventato quello che è: perché non è mai stato speciale, non è mai stato virtuoso, non ha mai avuto carisma da frontman. Ma ha saputo trasformare il fallimento in linguaggio comune, l’autodistruzione in confessione, la leggerezza in resistenza. “Guitar” è il disco di un uomo che ha smesso di giocare al buffone indie e ha deciso di crescere sul serio, pur sapendo che crescere fa schifo. È punk proprio per questo: perché non finge vittorie, ma mostra le cicatrici e va avanti lo stesso.
E allora forse la verità è che sì, un po’ Mac DeMarco lo siamo stati tutti. Ma solo lui ha trovato il coraggio di registrare la colonna sonora dei nostri disastri, e di cantarli con il sorriso sghembo di chi sa che il bello, se c’è, deve ancora arrivare.




