Suede – Antidepressant
Recensione del disco “Antidepressant” (BMG, 2025) degli Suede. A cura di Diego Civino.
C’è sempre stato qualcosa di profondamente teatrale nei Suede: il romanticismo decadente, la sensualità che sfiora la rovina, l’eleganza che diventa ferita. Trent’anni dopo, quella stessa miscela non ha perso forza, anzi si è trasformata. “Antidepressants“, uscito oggi per BMG, non è un esercizio di stile ma un disco che respira il presente con le sue ansie e i suoi eccessi. Non c’è nostalgia né autocelebrazione, solo undici canzoni che preferiscono raccontare ciò che ci tiene svegli la notte invece di consolarci.
La produzione di Ed Buller, ancora al fianco della band dopo trent’anni, punta su un suono essenziale e ruvido, registrato quasi in presa diretta. Nessuna sovrastruttura: chitarre, basso e batteria in primo piano, con la voce di Brett Anderson più bassa, viscerale, esposta. È il modo migliore per far emergere testi che parlano di alienazione, desiderio e sopravvivenza.
L’apertura mette subito in chiaro le cose: Disintegrate attacca con riff spigolosi e batteria serrata, un basso che guida e Anderson che canta di corpi che si sgretolano, trasformando immagini crude in pura energia elettrica. Da lì si entra in un trittico che non lascia respiro: Dancing With The Europeans alterna ombre e lampi di luce, una corsa notturna tra appartenenza e artificio; la title track ripete “I’m happy” fino a renderlo inquietante, un inno all’euforia chimica che nasconde malinconia. È l’inizio di un viaggio che non concede illusioni.
Poi l’album si apre e mostra altre facce. C’è la dolcezza intima di Sweet Kid, che parla di cambiamenti senza paura, e subito dopo la corsa adrenalinica di The Sound And The Summer, che sembra un’autostrada senza limiti. In mezzo spunta Somewhere Between an Atom and a Star, forse la ballad più ambiziosa del disco: parte come un sussurro e cresce fino a guardare in faccia il cielo, sospesa tra la materia e l’infinito. Qui i Suede ritrovano la loro vena epica senza mai scivolare nel manierismo.
Il cuore sociale e ruvido dell’album batte in Broken Music For Broken People, che racconta di periferie, sale d’attesa e sopravvivenze trasformate in canto collettivo. Poi c’è Criminal Ways, che affonda nel buio con batterie in primo piano e chitarre seghettate: eros e pericolo che si mescolano senza filtri. Sono i due poli che rendono chiaro quanto l’album voglia parlare non solo di fragilità individuali, ma anche delle crepe di una comunità intera.
Il finale non attenua il tono, anzi lo spinge ancora più giù nelle ombre. Trance State vibra di alienazione farmacologica e dissociazione emotiva, June Rain è un addio sotto un temporale estivo, tra dolcezza e disperazione, e Life Is Endless, Life Is a Moment chiude tutto con un epitaffio solenne che richiama i Cure più cupi. Un finale severo, ma che suona necessario, come se i Suede avessero bisogno di arrivare lì per chiudere il cerchio.
“Antidepressants” racconta le nostre contraddizioni con lucidità: la ricerca di felicità chimiche, la paura della solitudine, il bisogno di appartenere, l’illusione di non fermarsi mai. È post-punk per come sa essere tagliente, gotico per le atmosfere, umano per le parole che mette in bocca a chi ascolta. I Suede dimostrano ancora una volta che l’unico modo per restare vivi è guardare in faccia la realtà. Non sono qui per consolare: sono qui per ricordarci che, anche spezzati, possiamo ancora ballare sulle nostre rovine.



