múm – History of Silence

Recensione del disco “History of Silence” (Morr Music, 2025) dei múm. A cura di Luca Gori.

Dodici anni dopo “Smilewound” gli islandesi múm lasciano finalmente andare la loro ultima creatura. Non è stata certo la speranza a mancare, considerato che la band aveva sfornato live sui palchi di tutta Europa con una certa continuità. E anche in Italia si erano visti con una frequenza sospetta, sino a quando i sospetti si sono concretizzati nella certezza di questo “History of Silence” che chiude idealmente un percorso iniziato tra i mixer e gli ulivi salentini del Sudestudio e rimpolpato negli studi di Reykjavík, Atene, Berlino, Helsinki, New York, e Praga. Una storia del silenzio, dunque, che però è soprattutto una storia dei suoni intessuti tra queste distanze.

I luoghi di concepimento risuonano profondamente nelle sette tracce di cui si compone “History of Silence”, tanto che si è sentita la necessita di introdurre elementi orchestrali a cucire tra loro paesaggi diversi, attraverso l’arrangiamento quasi geografico di Ingi Garðar Erlendsson, il quale vanta una collaborazione di lungo corso con la band. E insieme alla band l’ascoltatore rivede gli spazi che il disco evoca attraverso l’alternanza di sonorità digitali e analogiche, come di paesaggio intravisto da un treno. Ottimo esempio di questa attitudine, Mild at Heart, il singolo che precede l’uscita integrale dell’album e che chiaramente fa cenno agli esordi di “Finally We Are No One”, gli album che li ha rivelati al pubblico più ampio all’inizio degli anni zero. L’impronta torna ad essere quella di un minimalismo sognante da carillon cibernetico, al quale però, a differenza del passato si affiancano momenti di una vitalità rivendicata e straziante come in Miss You Dance. La sfida è quella di concentrare all’interno di uno stesso paesaggio sonoro più ambienti, più ritmi, più tonalità emotive, passando il più insensibilmente possibile dall’uno all’altro. Il piano e la chiatarra di danno il cambio senza soluzione di continuità, così come la gioia sostituisce l’oscurità, la densità ritmica dissipa la rarefazione iniziale di Our Love Is Distorting.

Un album che non deluderà i fedelissimi della band islandese, la quale è attesa alla prova live di un lavoro che sarà molto difficile fare uscire dalle stanze di uno studio di registrazione. Noi saremo lì.

Post Simili