Igorrr – Amen
Recensione del disco “Amen” (Metal Blade Records, 2025) di Igorrr. A cura di Sara Fontana.
Siamo arrivati a 20 anni di carriera musicale per il polistrumentista francese Gautier Serre ed al quinto album del progetto Igorrr, “Amen”, che vede la partecipazione di molti musicisti a partire dalla line-up: Gautier Serre: macchine, Jb Le Bail e Marthe Alexandre: voci, Remi Serafino: batteria, Martyn Clément: chitarra.
“Amen” si presenta sin da subito come un qualcosa di apocalittico e percussivo pronto a distruggere ogni canone musicale che anche l’ascoltatore più alternativo potrebbe aver sentito. Canti demoniaci cominciano dalla prima traccia con Daemoni dove gli Igorrr vengono affiancati dai musicisti Mike Leon e Timba Harris in un connubio accattivante e violento, fatto per aggrapparsi al collo sia dei metallari più estremi che degli ascoltatori più variegati, possano essi essere estimatori della musica etnica, classica ma anche pop.
Da qui in poi i demoni percorreranno a suon di breakcore tutte le tracce presenti scontrandosi con i temi più disparati per poi dissolversi nel canto tanto angelico quanto straziante di Silence. Ma andiamo per ordine, perché non sarà facile descrivere un’opera come questa, dove succede di tutto, ma veramente di tutto – tanto da chiedermi costantemente chi me lo abbia fatto fare di propormi per questa recensione – fino all’assassinio di un pianoforte tramite caterpillar (visibile assieme ad altre chicche sul profilo Instagram del progetto) che avrei voluto rompere io stessa!
Questo è un album straordinario che si presta a collaborare con l’immaginazione dell’ascoltatore creando un’opera audiovisiva seppur solo fantasticata, dove ogni elemento sonoro è stato realmente registrato dal pianoforte di cui sopra fino ai cori, ma anche strumenti con incudine, dung-chen, sega arrugginita ecc.
La tracklist, calibrata con una precisione rara, contribuisce alla creazione di mondi unici, la composizione a tratti progressive e improntata molto nella lirica operistica ed il metal completata da andamenti talvolta arabi, altri barocchi, rendono “Amen” un prodotto orgogliosamente europeo un’opera teatrale, alchemica oltre che sonora, dove le radici musicali superano i confini geografici tramite i vari musicisti sperimentali qui presenti, persino la nostrana Lili Refrain partecipa a più di un brano.
Difficile trovare una traccia preferita all’interno di questo lavoro, per parlare dettagliatamente di ognuna non mi basterebbe una vita. Chiedetelo a Spotify, che dopo il quarantasettesimo ascolto (fatto fino ad ora) so già che me lo infilerà nel Wrapped di fine anno come il disco più amato del 2025.
Più facile, invece, è raccontare quali suggestioni mi hanno lasciato determinati brani come ADHD, dove il disturbo dell’attenzione e l’iperattività sono trasmessi come disagio e confusione creando però un certo senso di curiosità ed attenzione nell’ascolto. Il video meriterebbe un capitolo a sé, ma posso dirvi che è una riproduzione minuziosa fatta di arte IA in cui musica e immagini sono assolutamente complementari, disturbanti, angoscianti ma incredibilmente buffe ed ironiche in uno spettacolo grottesco degno del nome di questa d’espressione.
È facile sentire l’influenza di Trey Spruance e di Timba Harris (Secret Chiefs 3) nei brani in cui hanno partecipato con follie metal dal sapore mediorientale, fatto di scale arabe, come in Blastbeat Falafel o atmosfere più calde, sensuali ed oscure tipo Ancient Sun, dove la presenza di Lili Refrain rende il tutto stregonesco ma anche materico. Per non parlare poi dei brani in cui appare Mike Leon (ex Soulfly) e crea passaggi di forza e rabbia decisamente muscolare.
Non poteva mancare la presenza di Scott Ian (Mr. Bungle/Anthrax) in un pezzo tragicomico come Mustard Mucous, dove un flauto che suona come in un meme Epic Fail ci perseguita in una dimensione irreale buffa e violenta al contempo.
Insomma, come preannunciato e ribadito, in “Amen” non esiste tregua, non si può stare a proprio agio ma soltanto lasciarsi andare nel delirio seguendo i demoni ed arrivando fino alla fine che si presenta con Silence ed il silenzio non è forse uno degli elementi più gotici esistenti? Probabilmente sì, qui è possibile assaporarlo in tutto il suo pathos dove archi ed elettronica volano alti nel cielo per ricadere a terra in una cupa desolazione finale.
Silence è uno dei brani che più ho apprezzato fino a questo momento, il cantato è un pugnale nel petto, le mani nel fango in un triste avanzare di solitudine che messo così come pezzo finale risuona come l’ultima battaglia quella dove ormai regna il Nulla col suo assordante mutismo. Una conclusione epica per un album combattivo ed entusiasmante che va a sgretolarsi pian piano lasciando perturbazione e voglia di riascolto.
Dopotutto, come ricorda lo stesso Gautier: “Amen è sicuramente più cupo dei precedenti album ma con una solennità mai raggiunta sinora”.




