Zen Circus – Il Male
Recensione del disco “Il Male” (Sony Music, 2025) degli Zen Circus. A cura di Antonio Boldri.
Dopo aver ascoltato i primi tre singoli che avevano anticipato l’uscita del disco mi ero fatto un’idea abbastanza imbolsita dell’ultimo degli Zen Circus. Il titolo “Il Male” faceva pensare ad un album tutt’altro che remissivo ma le ballatone Un milione di anni e E’ solo un momento e la, a mio parere, poco convincente Miao avevano lasciato il pollice interdetto. Che ormai il trio si fosse convertito in modo irreversibile a lenti e malinconici tormentoni strappalacrime da urlare ai concerti? Che le deriva pop nella quale nuotano da anni, includendo una fanbase sempre più ampia e sempre meno esigente, avesse preso il sopravvento rispetto a quel taglio affilato che fu? Certo, mi ero detto, mica si può sempre sperare di avere la verve di Gente di merda tutta la vita; anche loro invecchiano, anche loro si ammorbidiscono. Ma di quella rabbia cosa rimane?
Poi ho avuto per le orecchie il disco intero. Passano neanche trenta secondi che Appino spara: “Lo senti questo odore? È la puzza che emana il nostro cuore”. Bum, una manciata di soda caustica a seminare fiele. Con quel ghigno imberbe da adolescente che ti prende per il culo, una delle penne migliori della sua generazione era riuscito nel trovare l’ennesimo gioco di parole ruvido e penetrante.
Ed ecco che “Il male” sembra subito prendere tutta un’altra direzione. A partire dalla riflessione che, ahinoi, non sembra esserci un momento più indicato nella storia contemporanea per fare i conti con Il male, da declinare nelle sue molteplici inflessioni. Gli Zen però ci parlano di un male a 360 gradi, di un male che abbraccia le più disparate situazioni, del male in senso lato.
“Il male”, il disco, si appoggia sulla sempreverde amara amata provincialità dei miei conterranei e da lì muove su 2 assi portanti: il male, appunto, e il tempo. Uno scorrere dei giorni e degli anni che cambia e talvolta abbrutisce le persone, col potere di trasformare anche quella scheggia di bellezza e vitalità che poteva esserci in gioventù, ridotta ad un timido afflato dalla conformità a cui la crescita e l’invecchiamento costringono. Vecchie Troie, Novecento, Un milione di anni, Adesso e qui, E’ solo un momento, flirtano con queste metamorfosi, alcune consolidate, alcune che hanno bisogno di essere digerite, alcune che lasciano dentro malinconia dietro l’ombra della felicità.
Il sound è quello rodato, marchio Zen Circus, e che ormai scivola sulle linee più morbide già toccate negli album da (almeno) “Il fuoco in una stanza “ in poi; non ha più l’urgenza del sound della primissima ora e neanche quello della seconda, ossia quegli anni dal 2008 al 2010 che li hanno investiti della loro celebrità. Da allora gli Zen Circus si sono sgrezzati, levigati, e nonostante non manchino mai di strizzare l’occhio a qualche assemblaggio verbale contradditorio e contrastato, hanno iniziato a riempire la propria musica di momenti, che sono bravissimi ad impagliare e raccontare; Non voglio ballare ne è ancora oggi l’esempio più fulgido, a mio gusto.
Nell’album c’è tutta la tavolozza della ormai ultraventennale raccolta Zen: le sfuriate come Virale, che prende a mazzate una pletora di cliché contemporanei, la finta dolcezza di Caronte (ma poteva una canzone che si chiama Caronte essere davvero smielata?), il rovistare in un ricordo che ferisce e il cui bruciore è comunque Meglio di niente, fino a La fine, dove il contrappasso si è compiuto e il male fino a quel momento osservato nelle sue molteplici declinazioni si è impossessato di tutti, anche di noi.
In tempi oscuri come questi, dove anche parlare di un disco sembra qualcosa di strano e irreale, futile e quasi stupido, il male siamo noi, dicono gli Zen Circus.
Speriamo di contraddirli.




