Thrice – Horizon/West

Recensione del disco “Horizon/West” (Epitaph, 2025) dei Thrice. A cura di Haron Dini.

Ventisette anni di carriera, svariate sfaccettature, la stessa energia ma con una consapevolezza che si trasforma man mano che il mondo cambia. Sembra proprio questa l’indicazione di rinnovamento dei Thrice, ben 12 album all’attivo e con questo Horizon/West si chiude un cerchio che con “Horizon/East” guardava a sperimentazione che tingeva un’alternative rock che li accompagnava ormai da “Major/Minor“.

Ora, questo secondo capitolo degli orizzonti non cambia le carte in tavola, ma bensì fa da anello per congiungere un immaginario ancora più collettivo, non solo di band, ma di società. Infatti la predominanza del concept è proprio il mondo allo sbaraglio, il cambiamento umano dato dalla tecnologia e dai tempi che corrono. Se “Horizon/East“, in qualche modo trattava le tematiche della relazionalità umana e l’accettazione dell’incertezza, quest’ultimo, “Horizon/West“, sarebbe la fine – tramonto di quest’ultimo – una resa dei conti introspettiva con ciò che segue l’orizzonte.

L’album è guidato da una tensione tra la riflessione interna e il confronto con il mondo esterno. Liricamente, l’album è stato definito “più denso tematicamente” rispetto alla maggior parte del loro catalogo, contemplando temi di fini e soglie piuttosto che di ottimismo, ma mantenendo un senso di lotta e resistenza. Addirittura, il leader Dustin Kensrue ha affermato che queste canzoni e questi testi gli risuonano in un modo particolare che non sentiva dai capitoli “Alchemy Index“. Dustin racconta:

Gran parte del disco parla dell’analisi della realtà. Siamo costantemente influenzati dagli algoritmi, dalla paura e dalle nostre camere di risonanza sociali. ‘Horizons/West’ cerca di svelare alcuni di questi aspetti.

Coerentemente con quello che è già stato fatto, anche questo secondo capitolo rimane ben ancorato alle sonorità di “Horizon/East“. Troviamo alternative rock con sfumature indie in Albatross, oppure altri brani dal taglio punk come in Holding On e Crocked Shadow o ambient rock in Undertwo e Distant Suns rimembrando al periodo “Beggars” ma con una certa raffinatezza math rock, grunge e percussioni jazz. In definitiva si può notare come, a differenza della traccia finale in Horizons/East Unitive/East (in tonalità maggiore), Unitive/West si concluda in una tonalità minore, riflettendo il tema più cupo e risolutivo del disco.

In fin dei conti di questo dodicesimo album dei Thrice che cosa si può dire? Sicuramente risulta meno incisivo e forse più debole rispetto al predecessore. In alcuni casi la band si ripete sonoricamente e compositivamente e questo riguarda ben 2/4 dell’album. L’altra metà invece ci sono brani di grande impatto dal velo post hc contemporaneo, lo stendardo della band ormai da anni.

Per chi cerca un’evoluzione ulteriore della band, in “Horizon/West” si poteva fare leggermente meglio, ma comunque il compito è stato fatto nel buon modo possibile. Per tutti gli altri invece, buon divertimento.

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