Andrea Laszlo De Simone – Una Lunghissima Ombra

Recensione del disco “Una Lunghissima Ombra” (42 Records, 2025) di Andrea Laszlo De Simone. A cura di Angela Denise Laudato.

A sei anni di distanza dall’ultimo lavoro discografico e anticipato dai brani Un momento migliore, La notte e Quando, Andrea Laszlo De Simone torna con un disco che si espande nella visione di un film, “Una lunghissima ombra”. Definirlo disco sarebbe riduttivo, giacché l’ultima fatica di Andrea ha i tratti distintivi di una vera e propria opera d’arte, intima ed introspettiva nella sua totalità. Al centro l’essere umano e il suo rapporto con il reale. Si parte dalla luce per arrivare alle ombre, stratificando musica, letteratura, cinema e ispirazioni pittoriche.

“Una lunghissima ombra” va pensata in termini di gesamtkunstwerk – termine usato per la prima volta nel 1827 dallo scrittore e filosofo tedesco K. F. E. Trahndorff e utilizzato, poi, anche da Richard Wagner, che lo inserì all’interno del suo saggio Arte e rivoluzione – dal tedesco “opera d’arte totale”. L’ultimo progetto artistico del musicista, compositore e chansonnier torinese, infatti, si compone di un disco e di un poema visivo, il quale racchiude “quadri filmici”, in cui si mescolano frammenti di (iper)realtà, elementi naturali e paesaggi urbani. Un susseguirsi contemplativo, a tratti psichedelico, di epifanie, fra fuoco e nebbia, di riflessioni che mutano forma, diventando immagini che prendendo vita. Il film diventa pura espressione semantica e sensoriale del disco. 

“’Una lunghissima ombra‘ è un progetto audiovisivo in cui ho provato a portare alla luce i pensieri intrusivi, quelli che sono costantemente presenti dentro di noi anche quando stiamo pensando ad altro e che finiscono per proiettare lunghe ombre sulla nostra esistenza” – ha dichiarato Andrea Laszlo De Simone“Per farlo mi sono avvalso di una metafora semplice, quella del processo di formazione delle ombre. Ho scelto di rappresentare un “punto di luce” attraverso delle inquadrature fisse della realtà, un “oggetto” attraverso i testi delle canzoni e “le ombre” attraverso la musica”. Ad ispirare Laszlo è senz’altro il fascino per l’enigmatico fenomeno della luce – complici sicuramente le diverse esperienze cinematografiche e l’essere figlio di un fotografo – che ricorda, a tratti, quello che investì la pittura impressionista.

Diciassette tracce, di cui cinque strumentali, “Una lunghissima ombra” veste i panni della tradizione cantautorale italiana e francese, impreziositi da psichedelia, aperture sinfoniche, passaggi più rock e pura elettronica. Ogni traccia del disco indaga, attraverso il sentimento–guida della melanconia, l’uomo come animale sociale, toccando tematiche tanto esistenziali quanto universali: l’imperscrutabilità della vita, il tempo che scorre inesorabile, l’annosa battaglia tra rimpianto e ricordo, l’intenso desiderio di vita e il senso di smarrimento, inadeguatezza, solitudine.

Apre il disco l’intro strumentale Il buio e sembra quasi di vedere avanzare l’ombra, nota dopo nota, insieme a tutti quei pensieri sospesi nella stanza, che ci allontano dalla realtà. Le prime parole arrivano con Ricordo tattile: “Dita / Chiedono che sia lungo il giorno / Per ricordarti bene” come a voler fermare sotto i polpastrelli immagini nitide, prima dell’arrivo dell’imbrunire. Segue Neon, primo dei quattro interludi presenti nel disco Diffrazione, Spiragli e Rifrazione. Ognuno di loro sembra dialogare con le canzoni, quasi nascondesse un portale sonoro sottostante dove i pensieri, proprio come la luce, sono liberi di propagare in tutte le direzioni. 

La notte è una ballad dolceamara, una via di mezzo tra una contemplazione estatica del cielo stellato e una richiesta di aiuto: “E ora sconvolto dal dolore / Abbandonato nella mia sventura / Se c’è qualcuno che non ha paura / Io prego mi soccorra”. Segue Colpevole col suo sguardo severo verso il presente: “Come brucia / La nostra coda di paglia / E la presunta innocenza / Traballa a lume di fiamma / La coscienza / A volte pure si sbaglia”. Quando racconta il momento esatto che precede l’assunzione delle responsabilità e quel sentimento irrazionale di repulsione ad essa: “E’ colpa del silenzio / Timido / Come me / Se non ti dico quel che penso”.

Aspetterò racconta dello scorrere inesorabile del tempo, del senso di smarrimento e di solitudine tipico del riscoprirsi adulti: “Tempo aspetterò / Per catturare la ragione che non ho / Trovato in questo mondo e al mondo resterò / Per poter vivere vivrò / Sapendo che non sono niente / E niente avrò / Perché di niente è fatto tutto ed io lo so”. Ad un pensiero triste Andrea contrappone un pensiero felice, sua figlia, a cui è dedicato il brano Per te: “Tu sei per me / Come la pioggia / Come il fiume in piena / Come la luna nelle sere d’estate / Le mattina assolate / Sulle giostre alla fiera”.

Un momento migliore è una dolorosa confessione senza alcuna pretesa di assoluzione: “Ho perso il cuore ed un amico vero / ho perso tutti e non ho più nessuno / ho dato amore, ma non son stato sincero / ed ho mentito senza rimorso alcuno”. Pienamente è una canzone che non lascia indifferenti, benché il testo abbia sfumature positive. Le note ti si incollano alla pelle e non se ne staccano facilmente: “E vivo pienamente / In preda alle emozioni / E non ho più paura / Ormai non temo niente / Chi vive morirà”Planando sui raggi del sole è un brano arioso che si può riassumere in un unico verso: “Se la ragione ti porta in dote tutti i suoi lumi tu chiudi gli occhi e soffia”.

Quello che ero una volta racconta la triste consapevolezza di essere stati migliori in un tempo passato: “La debolezza è una colpa / Che tendo a giustificare / Una questione irrisolta / Che mi costringe a sbagliare / E non c’è cosa peggiore”. Dopo l’ultimo interludio, Non è reale è un momento di pura astrazione, un punto di osservazione dal quale la realtà non appare altro che illusoria. Questo, fa del brano il vero e proprio manifesto del disco: “Noi / Cosa sappiamo di noi / Cosa ci illumina / Cosa ci spinge / Cosa ci domina / Non è reale”.

In chiusura troviamo la title track, traccia che è al contempo commiato e punto di origine: “Io mi accorgo / Di esser diventato grande / Vedo solo facce stanche / E quando viene sera / Proietto una lunghissima ombra”.

Ma di cosa è fatta questa “lunghissima ombra”? Di paure, ossessioni, insicurezze che condizionano il nostro agire e la nostra identità. Laszlo, così come Sartre prima di lui, ci insegna che esistiamo nelle relazioni, nella cultura, e in tutti quegli elementi non tangibili, le fantasie, in cui da sempre ci troviamo impigliati. “Una lunghissima ombra” di Andrea Laszlo De Simone è un disco da vedere, un film da ascoltare. Un progetto intimo e universale da accogliere con gentilezza. Nonostante le tematiche, non diviene mai mera opera cupa e nichilista. Perché, in fondo, le ombre esistono solo grazie alla luce e, alla fine della notte, si dissolveranno lasciandoci “planare sui raggi del sole”, creando spazio su una nuova luce, qualsiasi essa sia.

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