Elias Rønnenfelt – Speak Daggers
Recensione del disco “Speak Daggers” (Escho, 2025) di Elias Rønnenfelt. A cura di Joaldo N’kombo.
Quello di Elias Rønnenfelt, dopo il lavoro compiuto con l’ottimo “Heavy Glory”, era uno degli album sicuramente più attesi di questo 2025. Il frontman degli Iceage, con il suo debutto da solista, si è espresso attraverso un folk rock che sapeva articolarsi su registri scanzonati come su melodie più riflessive. Lo si era lasciato all’interno di un paesaggio sonoro che gli stava a pennello, pieno di chitarre acustiche seguite da un corredo occasionalmente composto da armoniche, corni e strumenti ad arco. Per questo, un anno dopo, aspettarsi un secondo album in continuità con una formula che ha funzionato così bene non era cosa poi così azzardata. Ha avuto probabilmente un peso non indifferente la collaborazione con Dean Blunt, che ha dato frutto a un LP da sette tracce rilasciato a inizio 2025, “lucre”, e a un singolo, tears on his rings and chains, uscito quest’estate. Se si guarda perciò a questo storico inizia ad avere sicuramente una forma più definita l’ipotetico antefatto che ha portato Rønnenfelt ad approcciare le sonorità proprie a “Speak Daggers” (Escho).
Infatti il secondo album del danese prende molto da quelle sonorità underground, ci si riferisce soprattutto a certi tipi di hip hop e trip-hop che però vengono sfumati nello slacker e nello psychedelic rock, creando così qualcosa dalle ispirazioni riconoscibili ma non invasive, anzi, tutt’altro. Dopo il primo brano – un’introduzione atmosferica composta da una breve sezione d’archi -, il disco inizia appunto con Crush The Devils Head: la canzone si muove su linee ipnotiche lente ma ritmate, in cui il tempo, scandito dal battere della batteria, riesce inevitabilmente a suscitare uno stato di trance, una psichedelia su cui la voce di Elias Rønnenfelt si insidia maliziosamente. Più upbeat, diretta e scanzonata è invece Love How It Feels, che precede la sibilante USA Baby: due solide canzoni che abbiamo già avuto modo di ascoltare essendo state rilasciate in anticipazione dell’album. Con Not Gonna Follow si inizia invece a palesare l’ecletticità di “Speak Daggers”: questa canzone, che si plasma grazie al contributo dei The Congos, mostra come il leader degli Iceage sia in grado di attingere da diverse sonorità senza snaturarsi o suonare fuori posto, usufruendo di un reggae – cui lieve sentore si poteva già percepire nella track precedente – che esplode in maniera inaspettata.
Per il resto l’album scorre con estrema facilità mantenendosi su alti livelli: canzoni come No Longer a Kid, Mona Lisa, Blunt Force Trauma (che vede le backvocals di Erika de Casier), tengono il ritmo dinamico e l’ascolto stimolante; The Requiem, come alcuni dei brani già citati, è caratterizzata, più che da effervescenze rock, da un groove hip hop che, nella track successiva, World Prison, arriva a mischiarsi addirittura con post-punk e noise; a chiudere l’LP ci pensano invece la ballata che si muove tra psichedelia e hip hop, Kill Your Neighbor (featuring con Fine, una delle muse di casa Escho), e la breve – ma suggestiva – Outro (True Color).
Rønnenfelt si reinventa con una facilità disarmante, dando alla luce, dopo un solo anno, un album addirittura diametralmente opposto a ciò che è stato “Heavy Glory”; “Speak Daggers” al contrario del suo – ottimo – predecessore, è seducente, eclettico, addirittura esplosivo e a tratti sporco. L’artista danese mette in mostra quella che, a questo punto, è la sua qualità più grande: la larghezza di vedute e la capacità di raggiungerle.
“Speak Daggers” non è un passo avanti nel senso che vede questo secondo album essere migliore del primo – probabilmente i due progetti, per motivi completamente diversi, si equivalgono -, ma è sicuramente un passo avanti per Rønnenfelt in quanto artista poliedrico, a cui, per ora, sta riuscendo ogni cosa.




