bar italia – Some Like It Hot
Recensione del disco “Some Like It Hot” (Matador Records, 2025) dei bar italia. A cura di Joaldo N’kombo.
La band di Nina Cristante, Jezmi Fehmi e Sam Fenton, dopo averci lasciato, nel 2023, con ben due uscite – “Tracey Denim” e “The Twits” -, arriva al quinto album: “Some Like It Hot” (Matador Records).
In questo gap temporale il gruppo si è tenuto impegnato con numerosi tour in giro per il mondo, acquisendo una forte presenza scenica e diventando addirittura un vero e proprio fenomeno di culto all’interno del giro indie-underground. Basti pensare non solo ai fan – che si sono come moltiplicati – ma anche alle diverse band – triage, untitled (halo), Hank, greenstar e a tratti pure i voyeur – che, in maniera più o meno palese, sembrano riprendere la formula bar italia composta da un’attitudine slacker rock, dall’alternanza di voci maschili/femminili e un’estetica generale fortemente misteriosa. Ma d’altronde come li si può biasimare?
Una grande forza dei bar italia è che, fin dalle loro origini, sono sempre stati carismatici: un loro concerto tipo era composto da poche parole e tergivazioni, solo musica. Una musica che rispecchiava a pieno la loro attitudine punk senza essere né propriamente ruvida o sporca, ma piuttosto sbilenca, dissonante e piacevolmente stonata. “Tracey Denim” è forse stato il punto più alto di questo percorso, in cui la band è riuscita a coniugare perfettamente la propria dimensione elusiva e fumosa con una concretezza e tattilità post-punk, indie rock e noise. Da questo terzo album le cose sono poi iniziate a cambiare: la band è diventata più presente sui social, ha iniziato a rilasciare più interviste, sono diventati progressivamente meno misteriosi e più divi indie-sleaze da un volto preciso e definito. “The Twits”, a soli pochi mesi da “Tracey Denim”, è stata un po’ la rappresentazione di questa trasformazione, che si è palesata non solo nel sound in studio (molto più diretto), ma anche nei concerti dal vivo: adesso qualche parola la si concede, si interagisce di più con il pubblico che, spesso, avvia diverse sessioni di pogo unto e sudaticcio. “Some Like It Hot” è il culmine di questo processo in cui i bar italia abbracciano appieno la propria sfrontatezza mutando, forse definitivamente, la propria identità. La band si è stancata di giocare con le imperfezioni e, per questo, ha deciso di tirarsi a lucido.
Si parte con Fundraiser, un ottimo brano di apertura scanzonato ed energico che si pone in piena continuità con alcune tracce di “The Twits”: la canzone è dinamica, le voci/chitarre di Fenton/Fehmi duettano con alchimia spianando la strada alle parti cantate da Nina. Marble Arch è invece il primo brano inedito dell’album: i ritmi si abbassano, il riflettore viene puntato principalmente sulla nostra frontwoman che ci intona una melodia melodrammatica e malinconica. Più o meno si rimane sulla stessa linea con bad reputation, la traccia successiva: questa risulta essere più interessante nella narrazione e nel suo svolgersi complessivo, intessendo una trama oscura in cui l’alternarsi delle tre voci rende tutto molto ipnotizzante, instaurando anche una discorsività che, insieme alla strumentale, risulta abbastanza cinematografica.
Forse è anche un po’ questo il punto centrale dell’album: l’appena citata dimensione cinematografica, conseguenza di una produzione che risulta essere più pulita, squillante e, se vogliamo, anche mainstream. Cowbella è effettivamente un brano di facile presa, che si muove su una sorta di garage-rock e post-punk revival anni duemila già sentito; sensazione che si ha anche con altre tracce come I Make My Own Dust, Plastered o the lady vanishes. Ma questo non è necessariamente un male, anzi, soprattutto in questo caso si sta parlando comunque di buone canzoni: rooster è probabilmente una delle cose migliori che i bar italia abbiano mai rilasciato, Eyepatch riprende i migliori Arctic Monkeys di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not“, il che non può solamente che far piacere. L’unico neo è forse proprio la title track Some Like It Hot che chiude l’album: il brano, in sé, non è male, ma rispetto ad altri momenti risulta essere piuttosto sottotono, nonostante sia forse la traccia più pensata a livello compositivo, con arrangiamenti che richiamano veramente la colonna sonora di un possibile James Bond.
Nel complesso, “Some Like It Hot” è un album divertente, catchy, che si fa apprezzare anche all’interno del complessivo percorso di crescita della band che, ormai, offre un catalogo ampio e variegato. Il dilemma però è uno: cosa farà, da adesso in poi, la formazione londinese? Fehmi, in un’intervista, esprimeva il suo disappunto verso questa tendenza che aveva iniziato ad etichettare la band come misteriosa, avrebbe preferito, piuttosto, essere definito noioso. Ecco, sicuramente i bar italia non sono più misteriosi, ma, fortunatamente per Jezmi, la band non è nemmeno diventata noiosa, anzi, come si è appena detto il trio diverte e continua a trasudare carisma. La cosa però è che, facendo la parte dei nostalgici e guardando indietro, “Some Like It Hot” non è un progetto interessante tanto quanto lo era, per esempio, “Tracey Denim” e, sebbene sia un album riuscito, complessivamente non offre molti spunti che lasciano presagire una direzione artistica particolarmente ispirata.
Sostanzialmente la sensazione è che, un giorno, i bar italia possano diventare ancora più belli ma effettivamente più noiosi. Però fasciarsi la testa prima di rompersela è inutile, quindi non rimane altro che aspettare e vedere da che parte deciderà di andare nel prossimo futuro questa band: l’attitudine c’è, le capacità pure.
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